Meloni corre nel Golfo: petrolio? No. Affari, commesse, marketing

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Viaggio nel Golfo tra retorica e realtà: mentre Hormuz resta bloccato, la missione di Meloni appare più legata a investimenti e fondi arabi che al petrolio. Intanto l’Italia affronta crisi e debito, senza toccare extraprofitti.

Meloni, diplomazia del greggio o marketing politico?

Secondo i vari rilanciatori di veline governative, la corsa di Giorgia Meloni nei Paesi del Golfo sarebbe servita a “difendere l’interesse nazionale”, garantendo nuove forniture energetiche in un momento critico. Peccato che la geografia – quella reale, non quella dei comunicati – dica altro.

Finché lo Stretto di Hormuz resta bloccato o instabile, non esistono accordi bilaterali che tengano. Non è una questione diplomatica, ma fisica: il petrolio e il gas non si trasportano via dichiarazione stampa. E in questo scenario, con il controllo in mano all’Iran, presentarsi come mediatori energetici suona più come una messa in scena che come una strategia.

Eppure il viaggio c’è stato. Arabia Saudita, Qatar, Emirati. Video, dichiarazioni, parole chiave: sicurezza energetica, stabilità, cooperazione. Il repertorio classico. Ma dietro la coreografia, il sospetto è che il vero obiettivo fosse un altro: non ottenere risorse, bensì rassicurare interlocutori.

Perché quando le rotte si chiudono, non è solo l’energia a fermarsi. Si bloccano anche i flussi finanziari, gli investimenti, le operazioni immobiliari che negli ultimi anni hanno legato una parte significativa dell’economia italiana ai fondi sovrani del Golfo.

Il vero dossier: fondi, cantieri e dipendenze

Se si osservano i dossier aperti, emerge un quadro meno “patriottico” e più concreto. I fondi del Golfo – dal Mubadala emiratino al capitale qatariota – sono coinvolti in operazioni chiave: rigenerazione urbana, piani immobiliari, partnership con Cassa depositi e prestiti, progetti come Porta Nuova a Milano. In una parola: liquidità.

Questi investimenti sono diventati fragili, e con essi, l’intero impianto di sviluppo urbano che negli ultimi anni ha ridisegnato intere aree del Paese. Se i capitali rallentano o si ritirano, non si ferma solo qualche cantiere: si incrina un modello economico.

È plausibile, allora, che la missione abbia avuto una funzione meno dichiarata: garantire continuità. Rassicurare gli investitori. Offrire, magari, contropartite implicite. Non necessariamente energetiche.

In questo modo si inserisce anche il nodo industriale. Leonardo resta uno degli attori più esposti nei rapporti con l’area. Le commesse militari, in tempi di conflitto, non si fermano: semmai si moltiplicano. E mantenere aperti i canali con le monarchie del Golfo diventa una priorità strategica, anche se difficilmente raccontabile nei video ufficiali. Il risultato è una diplomazia a doppio livello: pubblico e privato. Da un lato, la retorica della sicurezza nazionale. Dall’altro, la gestione di interessi economici molto più concreti.

Nel frattempo, il confronto con altri leader europei è inevitabile. Pedro Sánchez e Emmanuel Macron hanno scelto un approccio diverso: meno presenza scenica, più pressione politica. Condanna esplicita dell’escalation, interlocuzione diretta, risultati tangibili sul transito energetico. Non serve volare ovunque per incidere. A volte basta posizionarsi. Ma se il viaggio non produce effetti concreti sul piano energetico, e se le alternative europee appaiono più efficaci, resta una sola funzione possibile: quella comunicativa.

Un tentativo di rilancio interno, in un momento complicato. Una risposta simbolica a una fase politica ed economica difficile.  Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già aperto alla possibilità di sforare i vincoli europei per affrontare l’impatto della crisi. Tradotto: più debito. Ma senza chiarire dove reperire le risorse. Non dagli extraprofitti, non dagli utili bancari, non dai grandi gruppi energetici.

Il paradosso è evidente. I margini esistono, ma restano intoccabili. E allora la variabile di aggiustamento diventa quella più prevedibile: la spesa pubblica, i servizi, il welfare. Purchè non si tocchi mai l’extraprofitto dei soliti noti.

 

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