Ucraina 2035: “Welcome to Meraviglia”

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Kiev coperta da teloni pubblicitari, giovani emigrati, treni pieni verso l’Europa e aiuti occidentali ridotti a slogan: l’Ucraina del 2035, in questa pastiche surreale (ma non troppo), viene raccontata come un Paese sopravvissuto sulla carta, trasformato in un museo della geopolitica e della ricostruzione infinita.

Ucraina 2035: il Paese ricostruito in PowerPoint e abbandonato nella realtà

Benvenuti nella nuova Ucraina, il primo paese al mondo a essere ricostruito interamente in PowerPoint. Passeggiate per le vie di Kiev, dove ogni palazzo bombardato è stato gentilmente ricoperto di un telone pubblicitario che recita: “Qui sorgerà qualcosa di bellissimo, promesso, basta attendere il trasferimento della settima tranche.” Non preoccupatevi se il telone svolazza: è l’architettura del futuro, leggera, trasparente, come le promesse occidentali.

Il Ministero della Ricostruzione un capannone prefabbricato vicino alla stazione, condiviso con un centro massaggi thailandese e un negozio di elettrodomestici usati, vi fornirà una mappa interattiva. Toccate uno schermo sporco: ecco il Donbass, colorato di rosso, con la scritta “Zona di Interesse Storico-Russo” e un disclaimer in carattere 4: “La permanenza oltre i 50 metri dal confine può causare morte istantanea.” Non è un bug, è una feature. La Crimea, ovviamente, è stata rimossa dalla mappa e al suo posto una scritta “Hic sunt leones”. Si dice che a Sebastopoli ora ci sia un McDonald’s con la borsch in menu; noi non possiamo verificarlo, ma ci piace crederci.

L’Ucraina del 2035 è un laboratorio demografico vivente. Qui si è perfezionata l’alchimia del ventunesimo secolo: trasformare un paese di 52 milioni di abitanti in un villaggio di pensionati con un’app per il WiFi. I giovani? Sono tutti a Berlino, a Varsavia, a Londra, dove lavorano come ingegneri, medici, artisti. A Kiev restano i loro avatar su Instagram, che invecchiano più lentamente dei genitori. Il governo ha lanciato un programma di incentivazione alla natalità: ogni neonato riceve un buono sconto per l’asilo nido e una lettera di pre-arruolamento datata 2050. Purtroppo, i neonati sono tre all’anno, e due di loro partono subito per l’estero con i nonni.

Il sistema di trasporto è eccellente. I treni per l’UE partono ogni ora, pieni zeppi. Quelli che tornano sono vuoti, salvo qualche giornalista tedesco in cerca del “resilience porn” per il supplemento domenicale. “Guardate come resistono!” scrive, fotografando una signora di ottant’anni che vende mirtilli, o qualcosa di simile, al mercato di Leopoli. Resistenza, sì. Ma a un certo punto resistere diventa un mestiere, e il mestiere non paga le bollette.

Parliamo di economia. L’Ucraina è formalmente un membro associato dell’UE, ovvero quel gradino in cui puoi vendere grano finché non disturbi i contadini francesi e polacchi, e basta. I negoziatori di Bruxelles sono stati chiari: “Ammettere l’Ucraina interamente sarebbe come adottare un canguro. Carino, saltellante, ma occupa troppo spazio nel salotto.” Così si è trovato un compromesso elegante: l’Ucraina è membro dell’UE nei discorsi del Presidente, ma non nei bilanci. Una sorta di Schrödinger geopolitico: contemporaneamente dentro e fuori, finché nessuno apre la scatola dei fondi strutturali.

Odessa? Ah, Odessa. C’è chi la ricorda. I vecchi al bar raccontano ai turisti che una volta c’era il mare, i porti, il grano che partiva per il mondo. Ora c’è un muro, un po’ più in là un’altra recinzione, e poi l’orizzonte gestito da una società a capitale misto russo-cinese. I vecchi sospirano, bevono il loro caffè surrogato e tornano a guardare le notizie su 1+1, che trasmette un documentario sulla ricostruzione, ma dello Sri Lanka, dopo lo tsunami. “Almeno qualcuno ce l’ha fatta,” mormorano.

Il vero fiore all’occhiello del paese è l’esercito. Dopo aver mobilitato tutti i maschi tra i 18 e i 60 anni, l’Ucraina ha sviluppato una tecnologia rivoluzionaria: il soldato olografico. Non esiste, ma nei rapporti al Parlamento europeo compare regolarmente come “forza operativa in addestramento avanzato.” I generali, ormai tutti ottuagenari, sfilano il giorno dell’Indipendenza su una decina di carri armati Leopard che vengono rispolverati per la festa, applauditi da una folla di funzionari dell’UE e della NATO in visita di due ore.

E l’Occidente? L’Occidente è stato generoso. Ha mandato armi, poi ha mandato consulenti, poi ha mandato tweet, tutti di Calenda che scrive ancora essendo diventato parlamentare ucraino per Svoboda. Ora manda pensieri e preghiere, che hanno il vantaggio di non costare nulla e di non dover superare il voto del Congresso americano. I leader europei, quando passano di qui, posano per una foto davanti a una statua della Resistenza, depositano una corona di fiori di plastica, e ripartono promettendo “un pacchetto di aiuti ambizioso per il prossimo trimestre fiscale.” Il prossimo trimestre fiscale, in Ucraina, è diventato un’unità di tempo mitologica, come l’eternità dei filosofi greci.

L’Ucraina del 2035 è un successo. Non nel senso in cui lo intendono i dizionari, ma in quel senso più profondo, quasi spirituale, che hanno le cose che resistono non perché sono forti, ma perché non hanno più niente da perdere. È un museo a cielo aperto della geopolitica del XXI secolo: un cartello che dice “Qui una volta c’era una nazione. Era bellissima. Non toccate i resti.” E se qualcuno vi chiede se ne è valsa la pena, rispondete con un sorriso. È l’unica moneta che qui circola ancora.

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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