Thierry Breton, Commissario europeo per il Mercato Interno ha parlato esplicitamente di economia di guerra per sostenere lo sforzo bellico di Kiev. Con conseguenza pesanti su intere filiere, imprese e famiglie.
L’UE parla di “economia di guerra per mandare armi a Kiev”
Il ministro della Difesa ucraino, Oleksii Reznikov, al suo arrivo alla riunione informale degli omologhi Ue a Stoccolma, ha ribadito la richiesta che arriva da Kiev: “Ci servono un milione di munizioni da 155, 90-100 mila al mese per poterci difendere e rilanciare la nostra controffensiva”. Per poi aggiungere: “Condividiamo il piano estone che stima servano 4 miliardi di euro per consegnare il milione di munizioni”.
A dargli manforte le parole di Thierry Breton, Commissario europeo per il Mercato Interno, arrivando al consiglio informale Difesa a Stoccolma, che ha parlato esplicitamente di “economia di guerra“: “Siamo arrivati a un momento cruciale del nostro sostegno per l’Ucraina, è assolutamente obbligatorio che ci si muova in una sorta di economia di guerra per l’industria della difesa, dobbiamo fare ‘whatever it takes’ per fornire l’Ucraina di munizioni. Ecco perché oggi presentiamo il nostro piano in tre fasi”.
Dunque, gira e rigira si torna sempre lì, a quelle tre parole – economia di guerra – che ormai trovano spazio sui tavoli internazionali.
L’economia di guerra, per intenderci in maniera semplice, è l’adeguamento di un intero sistema produttivo nazionale allo sforzo bellico. La definizione può comprendere diversi aspetti che vanno dall’industria all’energia fino alla composizione della spesa e dei consumi.
Questo trasforma completamente l’organizzazione di uno Stato, facendo del conflitto, degli armamenti e del mantenimento dell’esercito le priorità assolute. In questo caso lo sforzo “comune” è sovranazionale.
E, ovviamente, nelle differenti situazioni degli stati europei, l’avvicinamento a un’economia di guerra implica una differente gestione delle risorse.
Tutto questo si traduce nella prospettiva di un rallentamento economico che già da mesi si va concretizzando con il rischio della cosiddetta stagflazione: economia stagnante e forte inflazione. Una miscela che pesa su intere filiere, imprese e famiglie.
E a questo si aggiunge anche la retorica dei sacrifici per sostenere l’economia di guerra in nome della libertà e dei valori dell’occidente, come abbiamo visto, perorata in maniera goffa in primis dall’ex premier Draghi, e a pioggia dalla solita compagnia di giro nei talk e sui social, è la rappresentazione tangibile del classismo nella nostra società. Da Paolo Mieli che con disgusto ci diceva che le bollette non valgono la libertà, all’appello ai sacrifici che fece da Nadia Urbinati, c’è il solco che separa chi con le bollette triplicate va a cena una volta in meno e chi non arriva fine mese.

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