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giovedì, Agosto 18, 2022

Libano, crisi senza fine: un paese al collasso

L’esplosione del porto di Beirut dello scorso anno ha piombato il Libano in una gravissima crisi, che però affonda le proprie radici in problemi sistemici precedenti.

Un anno di crisi per il Libano

Il 4 agosto 2020, la grande esplosione del porto di Beirut devastava la capitale del Libano. Il simbolo di un Paese che era già sprofondato in una grave crisi politica ed economica dovuta alle aporie sistemiche esistenti da sempre in Libano, ulteriormente acuita da quell’evento.

Nell’ultimo anno, la lira libanese ha perso il 90% del proprio valore, mentre l’inflazione ha raggiunto numeri a tre cifre, anche sui prezzi dei beni di prima necessità. A tutto questo è andato a sommarsi il Covid-19, che non ha risparmiato il Paese mediorientale, contagiando oltre 565.000 persone ed uccidendone quasi 8.000 in un Paese che conta appena 6.8 milioni di abitanti.

Oggi, almeno il 60% della popolazione libanese vive al di sotto della soglia della povertà, e nel Paese c’è una forte carenza di cibo, medicine e carburante.

Anche dal punto di vista politico, la crisi dura ufficialmente da un anno, anche se ha origini molto più profonde. In seguito all’evento del porto di Beirut, il 10 agosto dello scorso anno il primo ministro Hassan Diab ha annunciato le proprie dimissioni, ma ad oggi il Paese non è ancora riuscito a formare un nuovo governo.

Un anno fa l'esplosione nel porto di Beirut che ha trascinato il Libano nel baratro

Dopo le dimissioni di Diab, il presidente Michel Aoun ha incaricato Saʿd Ḥarīrī di formare un nuovo esecutivo composto da 18 ministri, fatto che tuttavia non è mai avvenuto, anche per via dei dissapori tra il presidente ed il premier designato.

Nel frattempo, il Libano è stato attraversato da forti ondate di protesta per le condizioni economiche in cui versa la popolazione. Nel mese di marzo, migliaia di cittadini hanno partecipato ad una serie di manifestazioni che hanno paralizzato la città di Beirut, in seguito ad una ulteriore svalutazione della lira libanese del 15%, che ha diminuito il potere d’acquisto delle classi lavoratrici, ma che ha anche aumentato la difficoltà nel reperire beni d’importazione.

Nell’impossibilità di dare vita ad un nuovo governo, l’esecutivo dimissionario è rimasto in carica. Nel mese di maggio, però, il ministro degli Esteri Charbel Wehbe è stato costretto ad abbandonare la propria posizione, in seguito ad alcune dichiarazioni che hanno provocato un incidente diplomatico.

In un’intervista televisiva, infatti, Wehbe ha affermato che alcuni Paesi arabi avevano sostenuto l’ascesa dello Stato Islamico, provocando le reazioni di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrain, che hanno immediatamente convocato gli ambasciatori libanesi per protestare. Il portafoglio di Whebe è così stato rilevato dal ministro della Difesa, Zeina Akar.

Un anno fa l'esplosione nel porto di Beirut che ha trascinato il Libano nel baratro

La crisi libanese non ha fatto altro che peggiorare nel corso del tempo. Nel mese di luglio, il primo ministro ad interim Diab ha lanciato il proprio appello alla comunità internazionale, parlando di un Paese al collasso. Il capo del governo dimissionario ha denunciato le pressioni effettuate sul suo Paese dagli Stati Uniti e dagli altri Paesi occidentali, che non hanno fatto altro che peggiorare la situazione.

Diab ha ricordato che il Paese ospita 1,5 milioni di siriani e centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi, ed ha esortato le altre nazioni a non subordinare gli aiuti economici e finanziari alle riforme strutturali e alla lotta alla corruzione: “Queste sono necessarie, ma legare l’assistenza alle riforme equivale a distruggere il Paese e minaccia la vita dei libanesi”.

Anche l’UNICEF ha denunciato la tragica situazione nella quale si trova la popolazione libanese. Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, più di 4 milioni di persone, tra cui un milione di rifugiati, potrebbero rimanere senza acqua potabile in Libano a causa della crisi economica.

Il rappresentante dell’Unicef ​​in Libano, Yukie Mokuo, ha precisato che “l’attuale crisi economica sta distruggendo il settore idrico. I costi di manutenzione, che sono stati dollarizzati, le perdite d’acqua non contabilizzate, il collasso che parallelamente sta subendo la rete elettrica e la minaccia dell’aumento del prezzo del carburante stanno rendendo impossibile il funzionamento della rete idrica”.

Se non verranno prese misure urgenti, ospedali, scuole e strutture pubbliche essenziali non potranno funzionare e più di 4 milioni di persone saranno costrette a utilizzare fonti d’acqua non sicure e costose, mettendo a rischio la salute e l’igiene dei bambini”, ha aggiunto.

In questo clima, lo scorso 26 luglio, il presidente Aoun ha dato l’incarico di formare il nuovo governo a Najib Mikati, che aveva già ricoperto l’incarico di primo ministro per circa tre mesi nel 2005 e nuovamente tra il 2011 ed il 2014.

Libano, crisi senza fine: un paese al collasso
Najib Mikati

La nomina di Mikati, considerato come l’uomo più ricco del Libano, è arrivata dieci giorni dopo la rinuncia di Ḥarīrī, che non è stato in grado di portare a termine il suo compito. Il premier nominato ha subito fatto riferimento al grave deterioramento della situazione nel Paese, ma ha anche affermato di non avere la formula magica per risolvere tutti i problemi.

Mikati vorrebbe applicare la formula suggerita dal presidente francese Emmanuel Macron, che non ha risparmiato le ingerenze dal sapore neocoloniale nella situazione interna del Libano. Secondo quanto proposto da Macron, il nuovo esecutivo libanese dovrebbe essere formato da specialisti lontani dai partiti politici con il fine di attuare le riforme richieste dalla comunità internazionale.

La Francia, ex potenza coloniale, sta cercando di mantenere la propria influenza in Libano, respingendo in questo modo le mire della Turchia, potenza regionale in grande ascesa. La Francia ha ricevuto il sostegno della Germania, il cui ministro degli Esteri, Heiko Maas, ha sposato a pieno la linea dettata da Macron, chiedendo “riforme economiche decisive” per permettere la fine delle sanzioni dell’UE contro il Libano.

Giulio Chinappi è su World Politics Blog

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Giulio Chinappi
Giulio Chinappihttps://giuliochinappi.wordpress.com/
Laureato in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale e in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo. Ha svolto numerose attività con diverse ONG, occupandosi soprattutto di minori. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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