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L’Europa spende 864 miliardi in armi, +14% in un anno. La Russia ne spende meno di 200. Il progetto tedesco “Sparta” prevede altri 500 miliardi per riarmarsi. La minaccia russa giustifica tutto? I numeri dicono altro.
864 miliardi europei e una domanda che nessuno fa
Nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto 2.900 miliardi di dollari, l’undicesimo aumento consecutivo su base annua. I paesi europei — escluse Russia e Ucraina — hanno contribuito a quasi la metà degli incrementi registrati, con un balzo del 14,1% che porta il totale continentale a 864 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti, in controtendenza, hanno ridotto il proprio bilancio del 7,5%, scendendo a 954 miliardi. Lo scrive The Economist citando i dati del SIPRI di Stoccolma, con quella soddisfazione appena trattenuta con cui le riviste anglosassoni descrivono i fenomeni che contribuiscono a normalizzare.
Il dato più significativo, però, non è la cifra assoluta: è la voce esclusa dal calcolo. Togliendo Russia, Ucraina e i relativi aiuti militari, la spesa per la difesa europea è comunque aumentata del 13,4%. Non è quindi la guerra nel Donbass a spiegare il riarmo. È qualcos’altro. Qualcosa che nessun comunicato istituzionale ha ancora nominato con chiarezza.
La narrativa ufficiale sostiene che Putin stia per invaderci, che il confine orientale dell’Europa sia sul punto di cedere e che il riarmo sia la risposta razionale a una minaccia esistenziale imminente. Il problema di questa narrativa è che i fatti la contraddicono metodicamente. La Russia spende meno di 200 miliardi di dollari l’anno per la difesa — meno di un quarto del solo blocco europeo, escludendo Washington. Un paese che spende tre volte meno dei suoi avversari non è esattamente nella posizione del conquistatore in procinto di abbeverare i propri cavalli nelle fontane di Roma. Ma la logica, in tempo di riarmo, è un lusso che si tende a non concedere.
Il progetto Sparta e la nuova rivoluzione industriale tedesca
Il Kiel Institute, istituzione tedesca specializzata in geoeconomia, ha pubblicato un documento chiamato “Sparta” — il nome non è una metafora, è un programma — che propone un investimento iniziale di 500 miliardi di euro per costruire quello che definisce una nuova rivoluzione industriale europea ad alta tecnologia. Il settore produttivo di riferimento non sono le energie rinnovabili, non è la microelettronica civile, non è la ricerca farmaceutica: sono le armi sofisticate. Droni, sistemi missilistici, tecnologie di difesa avanzata. Il documento ha il pregio, non frequente in questo genere di testi, di essere esplicito fino all’impudenza: la spesa militare è definita «un investimento nel futuro dell’Europa».
L’architettura industriale che “Sparta” propone è altrettanto rivelatrice. Attualmente l’Europa concentra il 70% della propria spesa per la difesa sui dieci maggiori appaltatori del settore — una quota che negli Stati Uniti scende sotto il 30%. Nel frattempo, il continente mantiene 14 tipi diversi di carri armati, 15 diversi aerei da combattimento e sistemi di comando frammentati che, secondo la stessa fonte, producono dal 30 al 40% di capacità in meno per ogni euro investito rispetto a un sistema consolidato. La soluzione proposta è la standardizzazione attorno a un hub industriale integrato che, per dimensioni, tradizione manifatturiera e capacità di finanziamento, assomiglia molto alla Germania. Il riarmo del continente europeo, insomma, ha un’architettura produttiva con un centro di gravità preciso e riconoscibile.
Vale la pena ricordarlo: l’industria manifatturiera europea è in crisi strutturale, quella metallurgica peggio ancora. La transizione energetica ha prodotto un numero considerevole di vittime industriali. Pandemia, crisi energetica e inflazione hanno devastato il tessuto produttivo di medie imprese che costituiva la spina dorsale economica di diversi paesi continentali. In questo contesto, il settore della difesa si propone come il nuovo motore di crescita, il comparto che promette ordini certi, finanziamenti pubblici garantiti e margini operativi strutturalmente elevati. È il tipo di soluzione che funziona benissimo per i bilanci delle grandi aziende appaltatrici e molto meno per i conti pubblici dei paesi che finanziano la festa. Mark Rutte, Segretario generale della NATO, aveva promesso a Trump che i bilanci europei sarebbero aumentati «in modo considerevole». La promessa è stata mantenuta, con puntualità e con entusiasmo che va ben oltre il semplice adempimento agli impegni atlantici.
Il punto che The Economist registra con la sua consueta flemma è in realtà dirompente: gli alleati europei, messi insieme, spendono già almeno il doppio della Russia per la difesa, e il divario è destinato ad ampliarsi. Se la minaccia russa giustificasse questo livello di investimento, ci sarebbe una logica interna coerente. Se invece il riarmo risponde a dinamiche industriali, a pressioni politiche atlantiche e a interessi finanziari ben localizzati, allora la conversazione pubblica su sicurezza e difesa sta avvenendo su basi deliberatamente false. La domanda — chi guadagna, quanto, e chi paga — è quella che nessun documento istituzionale si preoccupa di rispondere. “Sparta” ha almeno il merito di non fingere che la risposta non esista.

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