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La tregua tra USA e Iran mostra i limiti della potenza americana: la deterrenza economica ha battuto la superiorità militare, Washington riduce il proprio impegno globale e l’Europa scopre di non poter contare all’infinito sull’ombrello statunitense.
L’illusione del poliziotto globale: cosa ci insegna (davvero) la fine della guerra USA-Iran.
“Navi del mondo, accendete i motori. Il petrolio tornerà a scorrere”. Con questo tweet, Donald Trump ha annunciato la fine di una guerra durata poco più di tre mesi, che ha tenuto il mondo con il fiato sospeso, fatto schizzare il prezzo del greggio e dimostrato quanto siano fragili gli equilibri globali. La firma ufficiale avverrà questo venerdì, 19 giugno, in Svizzera.
Ma al di là dei toni trionfalistici della Casa Bianca e dei proclami di vittoria di Teheran, questo conflitto lampo lascia sul terreno alcune lezioni brutali che ridisegnano la geopolitica dei prossimi vent’anni. Sempre che la tregua regga.
Lezione 1: la deterrenza asimmetrica batte la superiorità tecnologica
Il primo insegnamento è che nel 2026 la superpotenza militare non garantisce più la vittoria automatica. Gli Stati Uniti e Israele hanno scatenato una campagna di bombardamenti violentissima a fine febbraio, decapitando persino il vertice del regime iraniano. Eppure, l’Iran non è crollato.
Teheran ha dimostrato che per tenere testa a Washington non serve avere una flotta di caccia di quinta generazione; basta la capacità di infliggere un danno economico inaccettabile. Minando lo Stretto di Hormuz e minacciando le infrastrutture petrolifere del Golfo, l’Iran ha preso per la gola l’economia occidentale. Quando l’inflazione e il caro carburante hanno iniziato a minacciare la stabilità interna degli Stati Uniti a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, Trump ha dovuto scegliere la Realpolitik: negoziare. La “guerra asimmetrica” ha funzionato.
Lezione 2: la retorica politica vive di semantica, non di sostanza
L’imminente accordo dimostra come la diplomazia moderna sia soprattutto una gigantesca operazione di marketing per salvare la faccia a tutti. Trump venderà all’elettorato di aver “smantellato il programma nucleare iraniano” e rimosso l’uranio arricchito al 60%.
L’Iran firmerà l’accordo dicendo di non aver mai voluto la bomba atomica (coerentemente con la sua linea ventennale), ma intanto si porta a casa la rimozione del blocco navale, lo sblocco di 12 miliardi di dollari di asset congelati e la garanzia di sopravvivenza del regime.
Ognuno racconterà ai propri cittadini la favola che preferiscono, ma la sostanza è che l’Iran esce da questa guerra con una forza contrattuale enormemente superiore rispetto a tre mesi fa.
Lezione 3: l’era del disimpegno americano è ufficialmente iniziata
Questa è la lezione più spaventosa per gli alleati storici degli Stati Uniti. Per chiudere la partita nel Golfo, Washington ha dovuto mediare tramite Pakistan e Qatar, accettando un compromesso. Il Pentagono ha capito di non avere le risorse industriali e logistiche per sostenere contemporaneamente il fronte ucraino, la difesa di Israele, il contenimento della Cina a Taiwan e una guerra d’attrito in Medio Oriente.
L’accordo di oggi è il segnale di fumo che Taiwan, Giappone, Corea del Sud e, soprattutto, l’Unione Europea stavano aspettando: l’ombrello protettivo americano si sta rimpicciolendo. L’ordine del giorno a Washington è “America First”, il che significa che da oggi in poi gli alleati dovranno iniziare a pagare il prezzo, monetario e di sangue, della propria difesa.
La clausola d’ombra: l’accordo prevede 60 giorni di negoziati tecnici sul nucleare che inizieranno questo venerdì. Trump ha già avvertito che se Teheran farà scherzi, i bombardamenti riprenderanno. La guerra è finita, forse. Ma l’illusione che gli Stati Uniti possano essere il poliziotto indiscusso del mondo è finita di sicuro.
Lezione 4: l’alleato ingestibile e la spaccatura dell’opinione pubblica americana
Il conflitto nel Golfo ha fatto emergere una verità che a Washington molti ammettono ormai solo a porte chiuse: Israele sta diventando un costo politico ed elettorale non più sostenibile per la Casa Bianca. Durante le convulse fasi diplomatiche che hanno portato all’accordo con Teheran, lo scollamento è apparso evidente. Mentre Trump stringeva i tempi per riaprire lo Stretto di Hormuz, il governo israeliano continuava a muoversi con un’agenda propria, bombardando Beirut e rischiando di far saltare i canali sotterranei aperti in Svizzera.
Ma la vera spia rossa per il futuro si è accesa nei sondaggi interni americani (confermati dagli ultimi dati Pew Research di questa primavera). Il logoramento non è più solo una questione di bilanci militari, ma di consenso interno:
- Per la prima volta nella storia recente, il 60% degli adulti americani esprime un giudizio sfavorevole su Israele.
- La frattura è generazionale: nella fascia under 50, la stanchezza verso il sostegno incondizionato a Tel Aviv unisce trasversalmente la base democratica e quella repubblicana. L’elettorato di mezza età e i giovani della destra America First considerano i miliardi inviati in Medio Oriente come denaro sottratto alla sicurezza dei confini nazionali. Israele non è più visto come una risorsa strategica intoccabile, ma come un alleato costoso e imprevedibile che rischia di trascinare i figli degli americani in una guerra d’attrito senza fine.
Lezione 5: il risveglio traumatico dell’Europa (dalla finzione alla realtà)
Il disimpegno militare degli Stati Uniti, certificato dalla fretta di chiudere il dossier iraniano per rimettere in sesto la propria economia, non è una scelta ideologica, è un fatto matematico. E chi rischia di pagare il conto più salato è l’Europa.
Per anni i leader europei si sono riempiti la bocca con formule solenni sul sostegno a oltranza e sulla necessità di armarsi, ma i fatti del 2026 raccontano una realtà da commedia dell’assurdo:
- Il Regno Unito, storico mastino militare del continente, vede il proprio Ministro della Difesa John Healey dimettersi perché non ci sono fondi, mentre la Royal Navy si ritrova con l’intera flotta di sottomarini nucleari d’attacco ferma in porto per manutenzione.
- L’Italia flirta con la soglia del 2% del PIL solo grazie ad artifici contabili che includono i costi della sicurezza interna (Carabinieri e Polizia), mentre i fondi reali per la difesa vengono costantemente stornati per coprire le
emergenze economiche domestiche.
Con le scorte di armi ormai ridotte a un lumicino e il flusso americano destinato a contrarsi drasticamente, l’Unione Europea si riscopre nuda. Tranne che per i Paesi Baltici e la Polonia, per gran parte dei governi europei la Russia è un pericolo astratto nei discorsi da talk-show, ma non una priorità di bilancio per cui sacrificare lo Stato sociale.
In conclusione? Meglio far la pace con Mosca
La fine (o la tregua) della guerra tra USA e Iran ci dice che l’era dei blocchi contrapposti guidati dalla leadership morale ed economica americana è giunta al capolinea. Se Washington non ha più le risorse industriali per fare il guardiano del mondo, e se l’Europa militarmente è poco più di un simulacro, la linea di minor resistenza della geopolitica diventa una sola: il compromesso.
Proprio come Trump ha dovuto accettare di trattare con gli Ayatollah pur di non affondare l’economia americana, così l’Europa, esaurita la retorica e finiti i magazzini, si troverà presto costretta a fare l’unica cosa rimasta sul tavolo: trattare un patto di convivenza e di sicurezza con la Russia, congelando il fronte ucraino e accettando una nuova mappa delle sfere d’influenza. La realtà dei numeri ha sconfitto la propaganda.

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