La sinistra (dei salotti) per il SI è senza voti: anche il referendum la smaschera

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La “Sinistra per il Sì” esce dal referendum con le ossa rotte. Allineata su politiche liberiste e posizioni atlantiste, indistinguibile dalla destra sui temi chiave, iper rappresentata nei media ma totalmente sconnessa dal Paese. Il voto ne certifica la marginalità.

La sinistra del sì: minoranza rumorosa e cinghia di trasmissione del potere

C’è un dato che il referendum ha reso impossibile ignorare: esiste un’area politica che si autodefinisce “sinistra”, ma che nei fatti non rappresenta più nulla. Non in termini elettorali, non in termini sociali, non in termini culturali.

La cosiddetta “Sinistra per il Sì” – un aggregato eterogeneo di opinionisti, parlamentari, tecnocrati e professionisti della moderazione – si è spesa apertamente a favore della riforma costituzionale sulla giustizia. E ha perso. Non di misura, ma in modo netto, inequivocabile.

Il punto, però, non è solo la sconfitta. È la marginalità, perché il referendum ha mostrato che questa corrente, pur amplificata da giornali, televisioni e circuiti accademici, non è in grado di mobilitare consenso reale. Esiste nei talk show, nei convegni, nei retroscena parlamentari. Ma non nelle urne. E questo dovrebbe aprire una riflessione che, naturalmente, non verrà fatta.

L’ideologia della moderazione estremista

Negli ultimi anni, questa area ha costruito la propria identità su un presupposto semplice: spostare progressivamente il baricentro della sinistra verso posizioni compatibili con l’ordine economico dominante.

Il segreto è nel vocabolario: privatizzazioni? “Sussidiarietà”. Precarizzazione del lavoro? “Flessibilità”. Tagli alla spesa pubblica? “Responsabilità fiscale”. Un lessico elegante per politiche che, nei fatti, hanno inciso sulla distribuzione del reddito, sui diritti sociali e sulla qualità dei servizi pubblici.

Il sostegno alla riforma sulla separazione delle carriere non è stato un incidente, ma una conseguenza logica. Perché quella riforma, al di là delle intenzioni dichiarate, si inseriva in un processo più ampio di ridefinizione dei rapporti tra poteri. E chi da anni predica l’adeguamento della politica alle esigenze dei mercati difficilmente può opporsi a una ristrutturazione istituzionale che va nella stessa direzione.

Non sorprende, quindi, che tra i sostenitori del Sì si siano ritrovate figure che, su altri dossier, hanno mostrato una decisa continuità: dal sostegno alle politiche di austerità alla difesa delle missioni militari all’estero: un ricco parterre che va da Anna Paola Concia a Chicco Testa, Claudio Petruccioli, Marco Minniti, Matteo Renzi, Carlo Calenda, Elisabetta Gualmini e via dicendo. Non stupisce che in questi mesi, questa cosiddetta “sinistra riformista”, abbia avuto come megafono giornali come “Il Foglio” e “il Riformista” , fino ad essere citati (positivamente) sui social dagli account ufficiali di Fratelli d’Italia, per dimostare la bontà delle proprie iniiziative. Come a dire: “Vedete, lo dice anche la sinistra”.

Il problema (per loro) è che questo spezzone di “progressisti” non ha alcun consenso reale. Se non ci fossero alchimie elettorali, sbarramenti, trabocchetti per evitare di raccogliere firme, probabilmente le liste promosse da questi soggetti non avrebbero alcuna possibilità nemmeno di presentarsi alle elezioni.

Tra censura e allineamento

C’è poi un nodo ancora più delicato, e molto meno neutrale di quanto venga raccontato: il rapporto con il dissenso. Negli ultimi anni non si è trattato solo di dichiarazioni isolate, ma di una vera e propria torsione culturale. Le uscite di Pina Picierno contro eventi e conferenze giudicati “filo-russi” o “ambigui” – con richieste esplicite di annullamento e interventi istituzionali – hanno aperto una stagione in cui la legittimità del confronto viene subordinata all’allineamento politico. Non è un caso isolato: si ricordino le polemiche sulle cosiddette “liste di putiniani” circolate su alcuni quotidiani nazionali, con nomi di giornalisti, docenti e analisti additati pubblicamente come sospetti per le loro posizioni sulla guerra in Ucraina.

Sul fronte mediorientale, il quadro non è più rassicurante, anzi. La negazione pressochè totale di quest’area politica nei confronti dei crimini commessi da Israele a Gaza, ha assunto i toni di una vera e propria lobby politica, da farla apparire come una cingia di trasmissione conto terzi. Il dibattito sul disegno di legge contro l’antisemitismo – sostenuto da ampi settori di questa sinistra liberale – ha sollevato critiche precise da parte di costituzionalisti e associazioni civili: il rischio concreto è quello di confondere la critica alle politiche del governo israeliano con forme di odio etnico o religioso, restringendo di fatto lo spazio del dissenso politico. A questo si aggiungono episodi recenti: eventi accademici annullati, pressioni per escludere relatori sgraditi, campagne mediatiche contro studenti e attivisti pro-Palestina, spesso etichettati in modo sommario.

Non siamo di fronte a scivoloni, ma a una linea. Una sinistra che rivendica il pluralismo ma accetta – quando non promuove – meccanismi di delegittimazione preventiva dell’avversario entra in una contraddizione difficilmente sostenibile. E quando questo atteggiamento si accompagna a un allineamento sistematico sulle scelte economiche e geopolitiche – dall’invio di armi in Ucraina al sostegno, più sfumato, ma sostanziale, anche all’aggressione statunitense all’Iran– il risultato è inevitabile: una perdita di credibilità che non si misura nei talk show, ma nel progressivo svuotamento del consenso reale.

Il vuoto dietro il rumore

Il referendum ha funzionato come una verifica empirica. Da un lato, un’ampia mobilitazione popolare che ha difeso l’impianto costituzionale. Dall’altro, una minoranza iper-rappresentata mediaticamente che ha sostenuto la riforma.

Il risultato è stato chiaro. Eppure, la narrazione dominante continuerà a presentare questa area come il “centro responsabile”, l’unica forza in grado di garantire stabilità e governabilità. Un paradosso, se si considera la distanza crescente tra questa rappresentazione e la realtà elettorale.

Forse perché, in un sistema politico sempre più interconnesso con interessi economici e finanziari, la rappresentanza non si misura solo in voti. Ma anche in affidabilità. E sotto questo profilo, la “Sinistra per il Sì” continua a svolgere una funzione precisa: quella di rendere accettabili, con linguaggio progressista, scelte che altrimenti apparirebbero per ciò che sono.

Il problema è che, a lungo andare, anche questo meccanismo si logora. E quando si logora, resta il dato nudo del consenso che, nel caso specifico, semplicemente non c’è.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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