La resa inventata: Trump trasforma la guerra all’Iran in propaganda elettorale

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La “resa dell’Iran” è una costruzione politica della Casa Bianca. Con le elezioni di midterm alle porte, Trump trasforma la guerra in propaganda: slogan, video e numeri impossibili da verificare. Più che una vittoria militare, serve una vittoria narrativa.

La resa che non c’è: la guerra-spot di Trump per le elezioni di midterm

La guerra contro l’Iran, osservata da Washington, sembra sempre più simile a una campagna elettorale con bombardamenti incorporati. A sette mesi dalle elezioni di metà mandato, il conflitto mediorientale si sta trasformando in un gigantesco spot politico. Non necessariamente per vincere la guerra, ma per vincere il racconto della guerra.

Perché nel sistema mediatico contemporaneo la differenza tra vittoria militare e vittoria narrativa è diventata sottilissima. E Donald Trump lo sa perfettamente. Secondo la logica politica della Casa Bianca, non è necessario che l’Iran si arrenda davvero. Basta che l’opinione pubblica americana creda che lo abbia fatto.

Una guerra raccontata come uno spot elettorale

Negli Stati Uniti le elezioni di midterm non sono semplicemente una scadenza elettorale. Sono un referendum politico sulla presidenza. E i numeri, per Trump, non sono rassicuranti.

La sua popolarità è fragile, il Congresso potrebbe cambiare maggioranza e la guerra – se percepita come lunga e costosa – rischia di trasformarsi in un boomerang politico. Da qui nasce la strategia comunicativa che molti osservatori hanno ormai individuato con chiarezza: una narrazione oscillante tra trionfalismo e allarme.

Un giorno la guerra “sta per finire”, il giorno dopo “è appena iniziata”. Una retorica elastica che permette alla Casa Bianca di adattare il messaggio a seconda dell’umore dell’opinione pubblica.

Nel frattempo l’FBI ha diffuso allarmi su possibili rappresaglie iraniane negli Stati Uniti, in particolare sulla costa occidentale. Un avvertimento che, al di là della plausibilità operativa, ha anche una funzione politica evidente: consolidare la percezione di un nemico pericoloso e giustificare il conflitto.

Non è una strategia nuova. Le guerre moderne si combattono tanto sui social quanto sui campi di battaglia. Un recente sondaggio del Washington Post mostra quanto volatile sia l’opinione pubblica americana: il sostegno alla guerra oscilla nel giro di pochi giorni, segno che la maggioranza degli elettori dispone di informazioni frammentarie e spesso contraddittorie. In altre parole, la narrazione può ancora determinare il risultato.

Quando la propaganda sostituisce la guerra reale

La gestione dell’informazione durante questo conflitto rivela una trasformazione radicale del modo in cui le guerre vengono raccontate. Il giornalismo indipendente è quasi assente dal teatro delle operazioni. L’accesso ai fronti è limitato e perfino alcune società private di immagini satellitari hanno sospeso la diffusione di fotografie della regione.

Il risultato è un vuoto informativo che viene riempito da comunicati ufficiali, montaggi propagandistici e una quantità impressionante di contenuti manipolati, spesso prodotti con strumenti di intelligenza artificiale.

Nei canali ufficiali della Casa Bianca scorrono video celebrativi che elencano risultati impossibili da verificare: migliaia di obiettivi distrutti, decine di navi affondate, supremazia totale nei cieli. Una narrazione che ricorda più il trailer di un film d’azione che un rapporto militare. E forse non è un caso.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth sembra interpretare la guerra con l’estetica di Hollywood. Al Pentagono ha installato perfino una postazione per trucco e parrucco destinata alle apparizioni televisive. Nel frattempo, però, è stato ridimensionato proprio l’ufficio incaricato di monitorare le vittime civili. Una scelta che racconta molto delle priorità comunicative dell’amministrazione.

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