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Il pessimo DDL Sicurezza non è ancora da Stato di polizia, ma un dispositivo di paura. La frammentazione sociale diventa metodo di governo: polarizzazione, rancore e legittimazione tecnocratica sostituiscono il conflitto reale e paralizzano ogni ricomposizione collettiva.
Governare senza governare: la politica della frattura permanente
Non siamo sull’orlo di uno Stato di polizia, ma di qualcosa di più subdolo: una gestione sistematica del disordine. Il DDL Sicurezza non inaugura una stagione di repressione militare né trasforma l’Italia in una succursale autoritaria. Serve a un obiettivo più raffinato: costruire un clima di emergenza cronica in cui la paura sostituisce la politica e la tensione diventa la vera architettura del potere.
Il rifiuto dell’opposizione di aderire al patto di “unità sulla sicurezza” non è un dettaglio procedurale, ma un segnale di rottura. Non perché la democrazia stia per crollare sotto i colpi dei manganelli, bensì perché la sicurezza viene usata come un dispositivo narrativo: una cornice simbolica che converte ogni conflitto in questione d’ordine, ogni dissenso in anomalia da isolare.
L’Italia è uno Stato sotto vincolo esterno e Giorgia Meloni non dispone di una macchina geopolitica in grado di imporre una svolta autoritaria piena. Il Paese resta ancorato a Bruxelles, dipendente da equilibri internazionali ed è fragile sul piano economico. È proprio questa debolezza strutturale a rendere la strategia del governo meno verticale e più corrosiva: non il controllo diretto, ma la frammentazione come metodo di governo. Dividere, stigmatizzare, mettere in competizione segmenti sociali è più efficace che reprimere.
La paura, in questo schema, non orienta: immobilizza. Produce una società che reagisce a scatti, senza memoria né progetto, mentre le élite gestiscono il rumore come una risorsa politica. Il risultato non è l’ordine, ma una forma di instabilità permanente che neutralizza qualsiasi possibilità di ricomposizione collettiva.
Tecnocrazia e rancore come capitale politico
Il vero baricentro del potere meloniano non è l’alleanza con la Lega, ma la promessa di affidabilità verso i circuiti tecnocratici e le cancellerie occidentali. L’insistenza sull’unità nazionale, sull’emergenza continua, sulla convergenza bipartisan su temi simbolici non mira a costruire consenso dal basso, ma legittimazione dall’alto. È un linguaggio calibrato per rassicurare chi conta davvero.
Matteo Salvini non è il perno dell’assetto di governo, ma un acceleratore di caos. La sua funzione non è amministrare, ma diffondere rancore, trasformare ogni frattura sociale in una rissa identitaria. È utile come generatore di ostilità, ma diventa un problema quando si tratta di consolidare il potere. Non a caso, viene tollerato come elemento di disturbo controllato: abbastanza rumoroso da incendiare, troppo instabile per guidare.
Il rischio autoritario, in Italia, non assume la forma della forza bruta, ma quella di un’autorità “clanica”: tutti contro tutti, nessuna responsabilità collettiva, nessuna visione di insieme. La politica si riduce alla gestione emotiva delle paure, mentre la società stessa diventa veicolo di violenza simbolica. Non serve lo Stato di polizia se la disciplina viene interiorizzata attraverso la normalizzazione del conflitto permanente.
Chi continua a evocare scenari apocalittici di repressione totale contribuisce involontariamente a questo schema. La polarizzazione non è un incidente di percorso: è l’obiettivo. Trasformare ogni dissenso in un caso morale, ogni tensione in uno scontro tribale, impedisce di leggere i rapporti di forza reali.
La responsabilità di spezzare questa spirale non ricade sui movimenti, spesso intrappolati in una retorica identitaria che parla solo a se stessa, ma sui partiti e sui sindacati. Non serve rincorrere la radicalità spettacolare né alimentare il teatro dell’indignazione. Serve ricostruire legami, restituire concretezza al conflitto, riaprire spazi di rappresentanza reale.
Il nodo, dunque, non è la sicurezza, ma la lacerazione sistematica del tessuto sociale. Il DDL diventa il pretesto, la leva simbolica che giustifica una politica fondata sulla divisione. Ogni narrazione che lo dipinge come l’anticamera della dittatura rafforza paradossalmente la strategia: paura e frammentazione funzionano meglio di qualsiasi repressione.
Il compito storico non è resistere a uno Stato che non esiste, ma smontare un dispositivo che prospera nel vuoto. La vera posta in gioco è la possibilità di ricostruire un “noi” collettivo. Tutto il resto è scenografia: un rumore di fondo utile a mantenere la società sospesa tra allarme e impotenza.

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