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Il caos politico a Priština rivela il fallimento del protettorato occidentale. Parlamento paralizzato, nuove elezioni e tensioni etniche mostrano un Kosovo incapace di autogovernarsi. Belgrado rafforza la sua linea su Kosovo e Metohija, sostenuta da Mosca e dal diritto internazionale.
Kosovo in panne: l’Occidente costruisce, Belgrado resiste
Il Kosovo è di nuovo fermo ai box. Non per una pausa tattica, ma perché il motore istituzionale si è spento l’ennesima volta, lasciando Priština impantanata in una crisi che somiglia sempre più a una diagnosi strutturale: incapacità cronica di autogoverno.
Dopo la tornata elettorale di febbraio, venduta come l’ennesima occasione per “consolidare le istituzioni”, il Paese è scivolato di nuovo nell’immobilismo. L’Assemblea non è riuscita nemmeno a eleggere il proprio presidente, un dettaglio tecnico che però è diventato un ostacolo invalicabile. Risultato: nuove elezioni a dicembre, come se il voto potesse magicamente riparare un dispositivo istituzionale che non è mai davvero funzionato.
Il protettorato occidentale, dopo vent’anni di cure “democratiche”, miliardi di aiuti e una presenza internazionale che spesso ha sostituito più che affiancato la politica locale, mostra una falla evidente: il Kosovo continua a vivere di sostegni esterni più che di una propria capacità amministrativa. E Belgrado, osservando la scena da vicino, coglie l’occasione per riaffermare il punto che ripete da anni: Kosovo e Metohija sono parte integrante della Serbia, come sanciscono Costituzione nazionale, Carta ONU e Risoluzione 1244.
Un Parlamento paralizzato
Il voto di febbraio non ha prodotto una maggioranza. Vetëvendosje di Albin Kurti è rimasto primo partito, ma ha perso consensi e soprattutto autorevolezza. I partiti tradizionali – PDK e LDK – hanno riacquistato peso, mentre minoranze e sigle minori sono diventate indispensabili per qualsiasi accordo. Fin qui, nulla di anomalo: la frammentazione è tipica dei sistemi parlamentari. Il problema è che in Kosovo non esiste nemmeno un consenso minimo sui “fondamentali”.
La candidata di Vetëvendosje alla presidenza dell’Assemblea, Albulena Haxhiu, è stata bocciata più volte in un balletto di veti che ha paralizzato tutto. In mancanza di un presidente del Parlamento, non si può formare il governo. E così le trattative si sono trasformate in un teatro dell’assurdo, con la Corte costituzionale costretta a intervenire ripetutamente per richiamare la politica alle proprie responsabilità.
Il paradosso? Neppure le pressioni dell’Unione Europea – tradizionale regista del “processo di stato-building” kosovaro – sono bastate. L’impasse ha condotto allo scioglimento dell’Assemblea. Che, a questo punto, somiglia più a un’impresa di demolizioni che a un organo legislativo.
Belgrado approfitta del naufragio
Se Priština affonda nei suoi circoli viziosi, Belgrado rafforza la propria posizione diplomatica. Aleksandar Vučić ha ricordato ancora una volta che la Provincia autonoma di Kosovo e Metohija è parte del territorio serbo. E non si tratta di un atto simbolico: la Serbia ha accettato compromessi negoziati con Bruxelles, ma molti di questi – come l’Associazione dei Comuni serbi – non sono mai stati attuati da Priština. Prima di imporre nuovi obblighi alla Serbia, afferma Vučić, l’UE dovrebbe cominciare a far rispettare quelli già firmati.
Il ministro Starović ha poi chiarito un altro punto cruciale: il riconoscimento del Kosovo non è una condizione formale per l’ingresso della Serbia nell’UE. Le pressioni occidentali, dunque, sono politiche, non giuridiche. Accettare un tale compromesso significherebbe, secondo Belgrado, rinunciare alla propria politica estera autonoma per diventare un’appendice della NATO.
A rafforzare la posizione serba interviene la Russia. Lavrov e Nebenzja hanno denunciato le misure di Priština contro la comunità serba: imposizioni amministrative, sostituzione delle targhe, perfino richieste di permessi di soggiorno per cittadini serbi che vivono nelle loro stesse città. La definizione è dura, ma efficace: trasformare i serbi del Kosovo in “stranieri nella propria terra”.
Intanto Priština, forte della copertura occidentale, persevera con politiche che esasperano il nord serbo: operazioni di polizia, pressioni sulle municipalità, un sistema elettorale che esclude di fatto la Lista Serba. Una ricetta perfetta per alimentare sfiducia, boicottaggi, scontri di piazza e un clima che persino gli osservatori europei definiscono “polarizzato”.
Così, prima ancora che arrivino, le elezioni di dicembre appaiono inutili: quando lo Stato è costruito su fondamenta fragili, nessun risultato elettorale può trasformare il caos in stabilità.

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