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In Italia la mobilità è una disuguaglianza invisibile: milioni di persone non accedono a lavoro e servizi perché non riescono a spostarsi. Senza trasporti efficienti, la transizione ecologica rischia di diventare una nuova barriera sociale.
Non sei povero: sei solo irraggiungibile
C’è una disuguaglianza che non compare subito nelle statistiche sul reddito, ma che le attraversa tutte: la mobilità. Non quella astratta dei flussi economici, ma quella concreta delle persone che devono arrivare al lavoro, a scuola, in ospedale. In Italia, milioni di cittadini non sono esclusi perché non hanno competenze o opportunità. Sono esclusi perché, banalmente, non riescono a raggiungerle.
Circa il 25% degli italiani vive in aree interne o periferiche con accesso limitato ai servizi essenziali, inclusi i trasporti . Tradotto: un quarto del Paese parte svantaggiato non per reddito, ma per distanza. E questa, oggi, è una forma sofisticata di esclusione sociale. Secondo un report della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, la povertà dei trasporti in Italia è un fenomeno di vulnerabilità che interessa 7 milioni di italiani.
La povertà invisibile: non puoi lavorare se non puoi arrivarci
La cosiddetta “povertà dei trasporti” non è uno slogan, ma una condizione strutturale. Il Forum Disuguaglianze e Diversità la definisce come l’impossibilità di accedere a opportunità lavorative e formative a causa di sistemi di mobilità inefficienti. È una povertà che non si misura solo in euro, ma in chilometri e minuti.
Secondo Eurostat, in Italia oltre il 30% della popolazione non ha accesso adeguato al trasporto pubblico locale, soprattutto nelle aree rural. Questo significa meno possibilità di lavoro, meno formazione, meno mobilità sociale. Non è un caso se il tasso di occupazione nelle aree interne resta sistematicamente più basso.
E mentre si celebra la flessibilità del mercato del lavoro, si dimentica un dettaglio: la flessibilità presuppone la mobilità. Se non puoi spostarti, non puoi scegliere. Accetti quello che trovi, se lo trovi. Il resto è retorica.
Transizione ecologica o selezione sociale?
Nel frattempo, il dibattito pubblico si concentra – giustamente – sulla transizione energetica. Auto elettriche, riduzione delle emissioni, città sostenibili. Tutto condivisibile. Ma c’è un problema: si sta rendendo la mobilità più costosa prima di renderla accessibile.
Il rischio è evidente. Se aumentano i costi dell’auto privata senza un’alternativa pubblica efficiente, si crea una nuova barriera. Non ambientale, ma sociale. Chi può permetterselo si adatta. Gli altri restano fermi.
L’Commissione Europea ha provato a rispondere con il Fondo Sociale per il Clima, pensato proprio per compensare gli effetti regressivi della transizione. Ma il punto non è solo redistribuire. È progettare.
Perché la mobilità non è neutrale. Dove esiste, moltiplica le opportunità. Dove manca, amplifica le disuguaglianze. Investire genericamente nel trasporto pubblico non basta. Bisogna capire dove intervenire: aree interne, periferie urbane, collegamenti secondari. Lì dove il mercato non arriva e lo Stato spesso arriva tardi. E qui emerge il paradosso italiano: un Paese che discute di alta velocità mentre milioni di persone non hanno una linea affidabile per andare a lavorare a trenta chilometri da casa.
La domanda che non vogliamo farci
La vera questione non è quante persone si muovono, ma quante restano ferme. E soprattutto perché. Perché dietro ogni mancata candidatura a un lavoro, ogni abbandono scolastico, ogni rinuncia a una visita medica, c’è spesso un problema di mobilità. Non è una questione tecnica. È una scelta politica.
Continuare a trattare i trasporti come un servizio accessorio significa accettare che una parte del Paese resti esclusa. Considerarli per quello che sono – un’infrastruttura sociale – implica invece ridisegnare le priorità.
Ma questo richiede una cosa che raramente si vede: visione. E una certa dose di onestà intellettuale. Perché è più facile parlare di merito che ammettere che, in molti casi, il problema non è quanto vali, ma dove vivi.
E allora la domanda resta lì, sospesa: quante vite restano bloccate non per mancanza di talento, ma per mancanza di un autobus?
Nel silenzio delle stazioni vuote e delle linee che non passano mai, l’Italia immobile continua a raccontarsi che il problema è la produttività. Quando, forse, è più probabile che si tratti di distanze.

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