Ceuta, la bomba diplomatica che l’Italia scambia per invasione

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L’ondata migratoria a Ceuta coincide con il discorso del Trono di Mohammed VI: leva diplomatica marocchina contro Madrid, sostenuta anche da think tank vicini a Trump. In Italia Tajani e Vannacci la riducono a invasione islamica, sbagliando numeri e bersaglio.

Ceuta, la bomba diplomatica

Il rubinetto della pressione migratoria non si è aperto per la prima volta a Ceuta in questi giorni: Recep Tayyip Erdoğan lo manovra da un decennio, trattenendo in Turchia milioni di profughi ereditati dalle guerre mediorientali — guerre a cui l’Occidente ha partecipato con entusiasmo — e riaprendo lo sbarramento ogni volta che serviva ricordare all’Europa quanto costasse tenerlo chiuso. Bruxelles rispose come sempre risponde a un ricatto ben orchestrato: pagando. Miliardi di euro versati ad Ankara per richiudere il flusso, in un meccanismo che assomiglia sempre di più al pizzo che alla diplomazia, e che regge finché la rata viene versata puntualmente.

A Ceuta lo schema si ripete con protagonisti diversi ma logica identica. Le prime ondate migratorie sono cominciate nelle ore immediatamente precedenti il discorso del Trono di Mohammed VI, ventisettesimo anniversario della sua ascesa al potere, in cui il monarca marocchino indicava il proprio paese come modello di stabilità regionale. Chiamarla coincidenza richiederebbe una fiducia nella casualità che a Rabat, sinceramente, non si concede a nessuno. Il sindacato di polizia spagnolo Jupol non usa giri di parole e definisce l’accaduto una guerra ibrida, denunciando che il Marocco ha di fatto revocato il proprio veto informale alle partenze.

Il governo Sánchez prova a smorzare i toni ringraziando Rabat per la collaborazione, salvo poi essere costretto, per bocca dello stesso premier, a parlare apertamente di attacco alla sovranità territoriale spagnola: quando due versioni ufficiali contraddittorie convergono comunque sullo stesso sospetto, la coincidenza smette di essere un’ipotesi residuale.

La spiegazione tecnica fornita da Madrid, che chiama in causa una sentenza del Tribunal Supremo sui respingimenti a caldo per chi arriva a nuoto, regge sul tempismo dell’episodio ma non sulla sua scala: nessuna sentenza giudiziaria spiega perché decine di migliaia di persone si presentino simultaneamente lungo uno dei tratti di frontiera più sorvegliati del Mediterraneo, mentre la gendarmeria marocchina distoglie lo sguardo con tempismo impeccabile. Che la partita fosse geopolitica, del resto, non è una scoperta di queste ore: nel marzo 2026 l’American Enterprise Institute chiedeva pubblicamente all’amministrazione Trump di riconoscere Ceuta e Melilla come territorio marocchino occupato, bollando la Spagna come potenza coloniale a cavallo dello Stretto.

L’Italia che scambia una leva geopolitica per un’invasione islamica

I numeri, va detto, ridimensionano parecchio la narrazione emergenziale: il ministero dell’Interno spagnolo conta cinquantamila ingressi con quarantottomila persone già rientrate in Marocco, mentre restano decine di morti accertati tra chi ha tentato la traversata a nuoto — il costo umano reale di una manovra diplomatica di cui nessuno, prevedibilmente, risponderà. Eppure a Roma la crisi è stata riconfezionata secondo il consueto copione identitario: sia Antonio Tajani sia Roberto Vannacci hanno ricondotto l’episodio alle politiche di regolarizzazione di Sánchez, sbagliando tanto i numeri quanto il bersaglio, dato che circa il novanta per cento degli irregolari presenti in Spagna proviene dall’America Latina — colombiani, peruviani, honduregni, cristiani e ispanofoni, categoria demografica che si adatta piuttosto male all’iconografia dell’invasione islamica agitata sui social. Alle parole sono seguiti i fatti: il ministero dell’Interno guidato da Matteo Piantedosi ha sospeso la libera circolazione con la Spagna, spingendo il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares a convocare l’ambasciatore italiano a Madrid e a bollare come indegno di un paese partner un messaggio che scambia la solidarietà europea per demagogia di bottega. Un incidente diplomatico aperto e richiuso in ventiquattr’ore, per una crisi migratoria sgonfiatasi altrettanto in fretta: il rendimento elettorale della narrazione, quello, dura sensibilmente di più.

Sullo sfondo restano il Sahara Occidentale, la rivalità tra Marocco e Algeria, i legami di Rabat con Israele e il recente riavvicinamento tra Madrid e Algeri: una partita a incastri di cui la destra italiana preferisce ignorare l’esistenza, mentre la sinistra europea, egemonizzata da un afflato neoliberale privo di freni, non offre alternative migliori.

Nel frattempo il saldo migratorio netto dell’Unione europea, pari a 2,05 milioni di persone nel 2025 e unico argine allo spopolamento del continente, resta una traiettoria che nessun grande partito europeo, di destra o di sinistra, ha davvero il coraggio di mettere in discussione. Tra chi grida all’invasione senza risolvere nulla e chi copre lo stesso vuoto con la retorica opposta, a pagare restano sempre gli stessi: chi manovra i rubinetti non risponde mai delle vittime a valle.

 

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