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India e Brasile sfidano i dazi di Trump: è rottura con Washington

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India e Brasile reagiscono con fermezza ai nuovi dazi di Trump: Nuova Delhi difende le sue importazioni energetiche da Mosca, Brasilia si prepara a un ricorso all’OMC. La linea dura USA rischia di spingere i BRICS sempre più lontani dall’influenza occidentale.

India e Brasile sfidano i dazi di Trump: difendere la sovranità economica contro le minacce USA

Le nuove misure tariffarie annunciate da Donald Trump non hanno lasciato spazio a dubbi: l’approccio unilaterale e punitivo degli Stati Uniti verso partner commerciali strategici si intensifica.

Questa volta nel mirino ci sono due colossi del Sud Globale, India e Brasile, che hanno reagito con determinazione, rifiutando di piegarsi ai diktat di Washington e rivendicando il diritto alla sovranità economica.

Le minacce statunitensi, formalizzate attraverso ordini esecutivi, prevedono un aumento delle tariffe su un’ampia gamma di merci provenienti da entrambi i Paesi. Nel caso dell’India, le tensioni si sono accentuate in seguito all’accusa – mai confermata – secondo cui Nuova Delhi trarrebbe profitti rivendendo sul mercato globale il petrolio acquistato dalla Russia. Da qui l’annuncio, apparso su Truth Social, dell’intenzione di Trump di alzare i dazi al 25% a partire dal 7 agosto.

La replica indiana è stata immediata. In un comunicato ufficiale, il ministero degli Esteri ha definito le misure “ingiustificate e irragionevoli”, sottolineando che le importazioni di petrolio russo hanno l’unico scopo di assicurare al mercato interno prezzi energetici stabili e sostenibili. La dipendenza dell’India dalle forniture esterne – circa il 90% del fabbisogno petrolifero nazionale – obbliga il governo a diversificare le fonti, mirando alle soluzioni economicamente più vantaggiose.

Pankaj Saran, già consigliere per la sicurezza nazionale, ha ribadito la necessità di tutelare i consumatori indiani dall’instabilità del mercato energetico globale: “Non si tratta di opportunismo commerciale, ma di sicurezza nazionale”. Un’affermazione che sgretola la narrativa americana secondo cui Nuova Delhi avrebbe agito per speculazione.

In parallelo, il Brasile affronta una situazione simile. Le nuove tariffe USA, che colpiranno circa il 35% delle esportazioni brasiliane verso gli Stati Uniti – tra cui caffè, carne bovina e prodotti petrolchimici – entreranno in vigore da mercoledì. Esclusi temporaneamente i beni energetici e alcuni minerali strategici, ma l’impatto sull’economia brasiliana si annuncia comunque rilevante.

Il governo di Lula ha già avviato le procedure per ricorrere formalmente all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), mentre si studiano misure interne a sostegno degli esportatori: linee di credito agevolate, incentivi all’export e politiche di compensazione mirate. Il presidente brasiliano ha ricevuto il parere favorevole della Camera di Commercio Estera, ma resta aperta – almeno in apparenza – la possibilità di un negoziato con Washington, per quanto difficile e lento.

Va ricordato che il Brasile aveva già subito una tariffa del 10%, tra le più basse nel commercio globale. Trump ha rincarato la dose, portandola al 50%, motivando la decisione con accuse politiche collegate all’ex presidente Bolsonaro, in un intreccio di economia e propaganda elettorale che non passa inosservato.

India e Brasile, entrambi membri di rilievo dei BRICS, si trovano oggi a un bivio. Le nuove tensioni con Washington rafforzano la spinta verso una maggiore autonomia strategica e il consolidamento di relazioni economiche alternative. Se da un lato l’aggressività tariffaria di Trump mira a riportare sotto controllo partner ritenuti “infedeli”, dall’altro accelera un processo già in atto: la ridefinizione di un ordine multipolare, in cui le economie emergenti non accettano più passivamente il ruolo di comprimari.

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