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giovedì, Giugno 30, 2022

Il nuovo ordine mondiale e i compiti della sinistra

Nel nuovo ordine mondiale che si prospetta la società “liberista” dei capitali finanziari ha capacità di rispondere ai nuovi equilibri economici, sociali e ambientali o ciò a cui è interessata è solamente il destino dei profitti?

La sinistra e il nuovo ordine mondiale

Il novecento è stato il secolo delle ideologie, il campo capitalistico da un lato e quello socialista dall’altro. Confronto scontro che ha avuto come elementi dirimenti ben due guerre mondiali.

Guerra tra imperi nazionali soprattutto la prima che nascondeva sotto il mantello dei nazionalismi lo scontro tra potenze che miravano al dominio degli assetti economici internazionali governati dalla espansione dei mercati necessari all’industria meccanica innanzitutto.

La rivoluzione leninista del ’17 irruppe nel conflitto dando l’inizio al confronto/scontro tra capitalismo e socialismo. “Americanismo e Fordismo” da un lato proletariato e socialismo dall’altro, per fare una brutale sintesi. Lo scontro ebbe una piega fortemente ideologica quando alle insicurezze generate dalle cicliche crisi di produzione diedero risposta le rassicuranti parole d’ordine del “nazifascismo”.

Le ansie delle masse sempre più protagoniste dei consumi e dei sogni frustrati piccolo -borghesi di benessere si saldarono a pretese identitarie di presunti imperi che presto si scontrarono con visioni “liberali” del capitalismo che volle fare della scienza e del libero scambio delle merci e della cultura (si pensi allo sviluppo del cinema della letteratura e della musica) la sua bandiera.

Il film “Tempi Moderni” di Chaplin ne racconta plasticamente la realtà. Lo scontro coinvolse anche il mondo sovietico ovviamente che vedeva minacciata la integrità del “socialismo in un solo paese”.

https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/aggiornare-la-cassetta-degli-attrezzi

Gli accordi di Yalta a fine del secondo conflitto diedero una “sistemata” agli equilibri che presto si videro fondati su una “corsa agli armamenti” da “guerra fredda” sotto minaccia atomica.

L’equilibrio sotto tensione generò un periodo di pace dove specie in Occidente si poterono sperimentare forme di progresso frutto delle dinamiche espansionistiche del capitalismo e delle dinamiche salariali che il movimento operaio seppe opporre.

Da un lato espansione dei consumi dall’altro coscientizzazione di un ruolo sociale importante. Tutto su basi ideologiche di democrazia sebbene minacciata. Si pensi ai tentativi di colpi di stato, alcuni realizzati, specie in Sud America, alla “strategia della tensione” in Italia.

Il pensiero “progressista” ebbe modo di assestare colpi importanti alla “cultura del tempo”. I giovani, in prevalenza studenti, si imposero con bisogni soprattutto socio-culturali: espansione della partecipazione democratica dei popoli (tutto è politica), abbattimento degli “autoritarismi” (la fantasia al potere), liberalizzazione dei rapporti personali e di genere (io sono mia), opposizione alla guerra (fate l’amore non la guerra), in particolare a quella del Vietnam.

“Essere o avere?” era uno dei quesiti a cui necessitava rispondere senza dover rinunciare al carattere “aperto” della società. Carattere che si contrapponeva sempre di più al carattere “chiuso” delle società del “blocco sovietico”. Società in cui per “essere” bisognava rinunciare ad “avere” soprattutto libertà di pensiero e azione.

La caduta del muro di Berlino dell’89 mostrò che le spinte alla libertà, sebbene mascherate da bisogno di “consumo” non potevano più essere contenute.

D’altro canto in Occidente “avere” diventava sempre di più un fine e non un mezzo, la società dei consumi prevalse e anche le libertà divenivano sempre più subordinate ai profitti e all’apparire più che all’essere.

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L’impatto dei consumi sull’ambiente cominciò ad avere un’importanza mai avuta e divenne sempre più importante saper rispondere al quesito “lavoro o natura?”. Quesito posto soprattutto dai movimenti “ecologisti” che contrappongono “Homo sapiens” alla natura, dimenticando che l’uomo è esso stesso natura e che la soluzione non può che venire dalla “umanizzazione della natura e dalla naturalizzazione dell’uomo” come già ci ha indicato C. Marx già a metà ‘800.

Uno dei “coperchi” dimenticati dal nostro “diavolo” è l’evoluzione della scienza. L’uomo è sempre più capace di “dominare” la natura: la “rivoluzione digitale” ha sconvolto i modi di produzione e ha anche accelerato le scoperte scientifiche e lo sviluppo delle tecnologie. Il sogno della liberazione dai bisogni è sempre più realtà, ciò che spaventa però è, chi governa i cambiamenti? Quali forme essi assumono, come vengono distribuiti, come vengono prodotti?

Per esempio la produzione di energia per tramite della fusione nucleare quali cambiamenti produrrà? Sarà disponibile per tutti? E la rivoluzione nella capacità di guarire le malattie più gravi per mezzo di “manipolazione genetica e anticorpale” a chi sarà rivolta, chi potrà usufruirne?

La società “liberista” dei capitali finanziari ha capacità di rispondere a questi quesiti? Si pone questi quesiti, o ciò a cui è interessato è solamente il destino dei profitti?

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Quale modello sociale è più idoneo ad affrontare queste tematiche con equilibrio senza ricorrere al bisogno di dominio di una parte sull’altra?

La corsa è alla liberazione di quali bisogni? Chi e cosa genera i bisogni? Avere ed essere sono in qualche modo conciliabili?

L’attuale establishment mondiale ha coscienza di queste tematiche, o c’è il rischio che il modo liberista di gestione delle cose del mondo possa trasformarsi in un caos da “apprendista stregone”?

Il rischio è che a queste domande si risponda con il tentativo di andare all’indietro tentando di dare risposte rassicuranti non reali, difesa delle identità nazionali, appropriazione delle scoperte e dominio dei cambiamenti attraverso la repressione dei bisogni e delle libertà.

Queste sono le risposte della destra mondiale: Trump, Putin, Erdogan, Orban, l’islam radicale. La Cina di Xi? L’India?

Dalla transizione non si può uscire che con un passo avanti, con l’abbattimento delle barriere con cicli di espansione inclusivi: investimenti verso ambiente, ricerca, cura della persona, partecipazione agli utili dei lavoratori, riduzione dei tempi di lavoro, equiparazione di genere, superamento delle esclusioni “razziali” innanzitutto, governo politico mondiale delle economie e sottrazione ai capitali finanziari delle scelte di investimento e delle dinamiche fiscali, ruolo decisivo alle imprese cooperative e no profit.

Per questo è necessario che si diffonda una cultura da “pensiero espansivo” di cui la sinistra si deve fare carico, prima che la destra riesca a saldare paure e rassicurazioni. Melenchon in Francia sta dimostrando che la strada è percorribile!

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Donato Lamacchia
Donato Lamacchia
Attivista nel PCI all'epoca di esistenza di quel partito, interessato al dibattito sull'evoluzione della sinistra nell'era dei cambiamenti digitali.

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