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Rampini e Il Sole 24 Ore celebrano l’economia USA per 147.000 nuovi occupati. Ma dietro i titoli: PIL in calo, consumi in stallo, debito record e inflazione in crescita. La narrazione ottimista ignora i segnali d’allarme. La nave va? Forse verso un iceberg.
L’economia americana naviga sul filo, ma la stampa italiana canta vittoria
Il Sole 24 Ore sugli Stati Uniti: “La disoccupazione scende al 4.1%: segnale di forza dell’economia statunitense”. Il mitico Federico Rampini sul Corsera: “Il mistero glorioso dell’economia americana (che addirittura accelera)” scrive: “E la nave va. Sfidando previsioni, pronostici, aspettative e timori, l’economia americana procede a una velocità di crociera rispettabile. Addirittura accelera, almeno per quanto riguarda la creazione di nuovi posti di lavoro. Nel mese di giugno l’occupazione netta aggiuntiva è stata di 147.000 nuove assunzioni. Il dato ha superato di molto le previsioni degli economisti”.
Quindi tutto bene? Insomma. Partiamo dal dato degli occupati. Il dato è vero, ci sono stati 147000 occupati in più, qualcuno scrive scrive 143000 ma la sostanza non cambia. Come si calcolano gli occupati negli States? Negli Stati Uniti, i dati sull’occupazione vengono rilevati principalmente attraverso due indagini condotte dal Bureau of Labor Statistics (BLS), un’agenzia del Dipartimento del Lavoro:
Current Population Survey (CPS):
- Conosciuta come “Household Survey”, questa indagine mensile intervista circa 60.000 famiglie rappresentative per stimare il tasso di disoccupazione, la forza lavoro e altri indicatori occupazionali.
- Fornisce dati su occupati, disoccupati, persone fuori dalla forza lavoro e caratteristiche demografiche.
- È la base per il calcolo del tasso di disoccupazione ufficiale (U-3) e di altre misure più ampie (come U-6).
Current Employment Statistics (CES):
- Conosciuta come “Establishment Survey”, questa indagine raccoglie dati da circa 144.000 aziende e organizzazioni, coprendo milioni di lavoratori.
- Misura l’occupazione non agricola, le ore lavorative, i salari e la distribuzione settoriale (es. manifatturiero, servizi, costruzioni).
- È la fonte del dato sui “non-farm payrolls”, un indicatore chiave dell’occupazione.
I risultati principali vengono pubblicati mensilmente nel rapporto “Employment Situation“, rilasciato il primo venerdì del mese successivo al periodo di riferimento. Per esempio, i dati di giugno 2025 sarebbero pubblicati all’inizio di luglio 2025. Sono dati attendibili? Sono dati, probabilmente non certosini, siamo anche in un mercato del lavoro dove ti licenziano con un WA sul cellulare.
In Italia non facciamo meglio. Per calcolare il tasso di occupazione, nella settimana di riferimento, basta lavorare 1 ora e vieni considerato occupato. Per dire come siamo messi. Il dato sull’occupazione non può essere termometro dello stato di salute economico di una nazione. Con buona pace di Rampini e del Sole 24 Ore che non devono avere una grande considerazione dei propri lettori. Prendiamo il PIL americano: l’ultimo dato che abbiamo a disposizione, primo trimestre 2025, ci racconta un poco lusinghiero – 0,5% (leggete meno, non mi sono sbagliato a scrivere).
Gli analisti prevedevano un – 0,2% e alla fine è andata molto peggio. Inflazione: l’ultimo dato sull’inflazione negli Stati Uniti, riferito a maggio 2025, indica un tasso di inflazione annuo (CPI) del 2,4%, in aumento rispetto al 2,3% di aprile 2025. Il CPI mensile è sceso dello 0,1% rispetto al mese precedente. Il Core CPI (esclusi energia e alimentari) è stato del 2,8% su base annua. Inoltre c’è stata una contrazione dei consumi. Negli Stati Uniti si è registrata una contrazione dei consumi nel primo trimestre del 2025, come evidenziato dai dati sul PIL e dalle spese personali.
Secondo l’ultima stima del Bureau of Economic Analysis (BEA), le spese per consumi personali reali (PCE) sono cresciute solo dell’1,2% su base annualizzata nel Q1 2025, un netto rallentamento rispetto al 4,0% del quarto trimestre del 2024. Questo rappresenta il ritmo di crescita più basso dal secondo trimestre del 2023.
Per entrare più nel dettaglio: i consumatori a basso reddito stanno riducendo la spesa più rapidamente, avendo esaurito i risparmi accumulati durante la pandemia, mentre i consumatori ad alto e medio reddito continuano a sostenere la domanda aggregata, ma con segnali di stanchezza.
Ora parliamo dei Titoli di Stato a dieci anni: Il rendimento dei Treasury a 10 anni degli Stati Uniti, secondo gli ultimi dati disponibili al 3 luglio 2025, è del 4,35%. Questo valore riflette un aumento di 0,07 punti percentuali rispetto alla sessione precedente, ma è leggermente inferiore (-0,01 punti) rispetto a un mese fa e -0,02 punti rispetto a un anno fa. E’ un tasso alto, per una nazione che ha un debito pubblico spaventoso.
Per l’anno fiscale 2025, il Congressional Budget Office (CBO) stima un deficit di circa 1.938 miliardi di dollari, con una traiettoria ascendente che potrebbe raggiungere i 2.000 miliardi di dollari (circa il 6% del PIL), secondo Moody’s. Questo a causa di spesa pubblica elevata e non razionalizzata: spese significative per programmi come Medicaid, quel poco che è rimasto e togliere l’assistenza sanitaria per chi scrive non può essere un argomento di discussione, prestiti agli studenti, aiuti (tanti) alle banche e supporto a conflitti internazionali (es. Ucraina e Israele) hanno gonfiato il deficit.
A questo aggiungiamo entrate fiscali insufficienti, i ricconi statunitensi mica le pagano le tasse, e interessi sul debito molto alti. Leggi sopra i Titoli di Stato decennali. Il debito pubblico: a marzo 2025, il debito pubblico totale ha raggiunto i 36,56 trilioni di dollari, di cui 29 trilioni detenuti dal pubblico (circa il 100% del PIL).
Le proiezioni del CBO indicano che potrebbe salire al 122% del PIL entro il 2034 e al 166% entro il 2054 senza interventi correttivi. Chiunque abbia fatto non un esame, una lezione di Economia, sa che oltre il 70% del PIL è impossibile correggere la rotta. In realtà gli analisti, che ricordano molto quelli che ti leggono i tarocchi nei caruggi genovesi, ritengono che si possa mitigare il problema, mitigare non risolvere, con una crescita economica tra il 5% ed il 7%. Cosa sarà mai? In nazione che non ha più un’industria manifatturiera? Mettendo in fila tutti questi dati, dall’occupazione in giù, con che faccia si può sostenere che l’economia americana vada a gonfie vele?
La narrazione che si legge nei principali quotidiani italiani è incredibile. Ti buttano un solo dato in un articolo e ci costruiscono una realtà che non esiste. Per carità di patria evito di scrivere cosa potrebbe succedere se il dollaro non fosse più la valuta di riferimento globale, non che possa accadere domani, ma ci stanno lavorando per cambiare questa condizione e non è detto che non ci riescano prima del previsto.
La narrazione di un’economia USA “a gonfie vele” si basa su una lettura selettiva dei dati, ignorando segnali di fragilità come il deficit pubblico record (1.938 miliardi di dollari, 6% del PIL), l’esaurimento dei risparmi delle famiglie a basso reddito e l’impatto di politiche commerciali aggressive, come i dazi al 104% sulla Cina. La dipendenza dal dollaro come valuta di riserva globale e dai Treasury come “safe haven” tiene a galla il sistema, ma il rischio di dedollarizzazione, spinto dai BRICS e dalla forza manifatturiera cinese, non è pura fantasia, anche se non imminente.
Raccontare una realtà rosea, come fanno Rampini e Il Sole 24 Ore, significa semplificare una situazione che è invece un equilibrio precario, vulnerabile a shock come un crollo dei consumi, una crisi del debito o un disimpegno di investitori stranieri. La nostra politica economica, che spesso si allinea acriticamente agli USA, rischia di basarsi su un’analisi al confine del “fantasy”, trascurando le crepe di un sistema che, pur resiliente, non è immune da crisi.
Continuare a esaltare la “forza” americana senza un’analisi critica ci espone a decisioni strategiche miopi, sottovalutando i rischi di un’economia che naviga su un filo sottile, con il potenziale per un tracollo se i nodi del debito, dell’inflazione e della dedollarizzazione dovessero venire al pettine. Serve uno sguardo più lucido, che guardi oltre i titoli e i numeri di superficie, per capire davvero dove sta andando la “nave” americana e con essa, il resto del mondo.

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