Il fantasma di Cuba: Rubio vede comunisti ovunque (e affama l’isola)

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Il Dipartimento di Stato pubblica un report da 100 pagine su Cuba “capitale del comunismo”, con 43 nomi tra politici e attivisti Usa accusati di filocubanismo. Da Mamdani a Ben & Jerry’s, il maccartismo torna di moda a Washington.

Il Dipartimento di Stato riscopre Cuba come minaccia esistenziale

Il 20 luglio 2026 il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato un rapporto di cento pagine intitolato “Cuba: la capitale del comunismo del ventunesimo secolo”, firmato dall’Ufficio per gli affari dell’emisfero occidentale e introdotto personalmente dal segretario di Stato Marco Rubio. Il documento arriva pochi giorni dopo un summit organizzato a Washington sulla presunta “rinascita del terrorismo politico”, davanti a sessanta ospiti internazionali, dove il consigliere della Casa Bianca Stephen Miller ha definito la sinistra americana “nemici della civiltà” e lo stesso Rubio ha annunciato l’inserimento di nuovi gruppi progressisti nella lista nera del terrorismo. Il rapporto elenca 43 tra politici, giornalisti e organizzazioni statunitensi ritenuti veicoli dell’influenza ideologica dell’Avana.

Un’isola senza flotta che comanda mezza America

C’è qualcosa di francamente commovente nella capacità del Dipartimento di Stato di trasformare un’economia allo stremo, priva di esercito capace di proiettarsi oltre lo stretto della Florida e priva di alleati in grado di sostenerla militarmente, nel presunto burattinaio occulto della politica interna americana. Il rapporto ricostruisce quasi settant’anni di storia cubana — dalla nascita del marxismo isolano negli anni Sessanta, all’esportazione della rivoluzione in America Latina, fino ai legami storici con il movimento afroamericano, da Angela Davis alle Black Panthers — e li salda in un’unica narrazione ininterrotta di cospirazione, fino ad arrivare dritti alle proteste seguite all’omicidio di George Floyd e ai movimenti che si riconoscono in Antifa. Il documento chiude allargando lo sguardo alle alleanze cubane con Russia, Cina e Iran, comprese presunte basi di intercettazione sul suolo dell’isola.

Il problema logico, prima ancora che politico, è che l’impianto richiede di credere che un paese ridotto alla fame, senza risorse militari né economiche paragonabili a quelle della Guerra Fredda, mantenga oggi una capacità di infiltrazione ideologica superiore a quella che aveva negli anni Sessanta, quando disponeva di apparati di intelligence che lo stesso rapporto definisce tra i più efficienti al mondo. È un salto di fede che il rapporto pretende dal lettore senza fornire granché a sostegno, se non l’autorità del timbro istituzionale che lo accompagna.

La lista nera tra sindaci, gelatai e avvocati progressisti

Applicato con questo metro, l’elenco dei presunti fiancheggiatori cubani produce risultati che oscillano tra il grottesco e l’inquietante. Ci finisce il sindaco di New York Zohran Mamdani, colpevole di non aver condannato un tributo dei Democratic Socialists of America ad Assata Shakur, la militante della Black Liberation Army condannata nel 1973 per l’omicidio di un agente di polizia nel New Jersey, evasa nel 1979 e da allora rifugiata all’Avana. Ci finisce la deputata Ayanna Pressley per un messaggio pubblico dopo la morte di Shakur, insieme al collettivo pacifista Code Pink, alla National Lawyers Guild, al centro organizzativo newyorchese People’s Forum e al sindacato dei lavoratori Amazon.

Compaiono la sindaca di Los Angeles Karen Bass, la giornalista di Democracy Now Amy Goodman, tre pagine dedicate ai Democratic Socialists of America, la co-fondatrice di Black Lives Matter Alicia Garza. E, per completare il campionario, Ben Cohen, cofondatore del marchio di gelati Ben & Jerry’s, nel Vermont — non esattamente una centrale operativa dello spionaggio caraibico.

La sinistra americana che il rapporto descrive come proiezione ideologica cubana, quella di Bernie Sanders e dei Dsa, ha in realtà ben poco a che vedere con il marxismo-leninismo dell’Avana: si tratta di una corrente pragmatica, orientata alle socialdemocrazie nordeuropee — sanità pubblica, welfare, tassazione progressiva — più vicina a Stoccolma o Copenaghen che a Cuba. Ma questa distinzione, evidentemente, complica una narrazione che ha bisogno di un nemico riconoscibile e di un filo rosso, letteralmente, che tenga insieme mezzo secolo di ansie ideologiche americane.

Resta da capire a chi giovi, nel 2026, riesumare l’incubo del comunismo cubano come minaccia strategica prioritaria. Non certo a un’analisi seria della sicurezza nazionale, che avrebbe ben altre priorità geopolitiche su cui concentrarsi. Serve piuttosto a costruire una cornice giuridica e retorica dentro cui inserire, come si fa con la vecchia lista nera del maccartismo, chiunque nel dibattito pubblico americano si collochi a sinistra dell’amministrazione in carica: sindaci, giornalisti, sindacalisti, avvocati, persino chi produce gelati. Il rapporto, più che una mappa delle reali influenze cubane sugli Stati Uniti, funziona come una macchia di Rorschach istituzionale: ciò che il Dipartimento di Stato vi legge dentro racconta molto delle proprie ossessioni interne, e pochissimo della Cuba reale, quella affamata e senza più flotta, che nel frattempo resta a guardare.

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