Il campo largo secondo Renzi: rottamare ciò che ha distrutto, governare per lor signori

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Renzi onnipresente su tutti gli schermi, torna in tv da Gruber e rilancia la sua candidatura a perno del campo largo. Ma dietro il restyling c’è lo stesso progetto: entrare in coalizione per servire le stesse élite atlantiche di sempre. Il 2% come leva, non come limite.

Il ritorno di Renzi e il campo largo come palcoscenico

Esiste una legge non scritta del sistema mediatico italiano: quando la politica ha bisogno di un volto per far abituare la paltea a un progetto difficile da vendere, Matteo Renzi appare in televisione. L’ex presidente del Consiglio è tornato a Otto e Mezzo — ospite di Lilly Gruber, naturalmente, per offrire al pubblico l’ultima versione di se stesso. E la versione, va detto, è elaborata con una certa cura artigianale: Renzi 2.0, l’uomo che ha distrutto il centrosinistra e che ora si propone come suo salvatore, il rottamatore che si candida a fare il collante, il golpista istituzionale del governo Conte II che adesso parla di unità e futuro con la stessa disinvoltura con cui un piromane offre i propri servigi ai vigili del fuoco.

La performance televisiva ha seguito uno schema collaudato. Prima l’autocandidatura implicita: lui è disponibile, lui è pronto, lui ha la visione. Poi la narrativa della discontinuità: Renzi 1 appartiene al passato, quello che conta è il progetto che verrà. Poi, con un guizzo di onestà quasi accidentale, la rivendicazione: le scelte controverse del passato non vengono rinnegate, vengono relativizzate. Tutti hanno fatto porcate, dice in sostanza, quindi nessuno può permettersi di tirare la prima pietra. Argomento formidabile, nella sua circolarità: siccome il sistema è corrotto, chi lo ha alimentato è esentato da qualsiasi responsabilità. Si riparte, pimpanti, verso la vittoria.

Il viaggio negli USA e la fotografia che vale un programma

C’è però un dettaglio che Renzi ha fornito spontaneamente e che vale più di qualsiasi analisi programmatica. Ha raccontato del viaggio negli Stati Uniti con la figlia, ospite di Barack Obama. E ha specificato — con quella sottile ostentazione che è il suo marchio stilistico — di preferire quella fotografia all’altra, quella più casareccia, con Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni seduti attorno a un tavolo. Lui vola alto, gli altri si arrangino con la miseria della politica di coalizione.

Questa affermazione non è una gaffe né un eccesso di vanità. È un manifesto. Renzi non ha mai nascosto di sentirsi più a proprio agio nelle stanze del potere globale che nei circoli di sezione, più vicino alle élite atlantiche che alla sinistra di cui periodicamente si proclama alleato. La sua fascinazione per i potenti — Obama, i fondi sauditi, le conferenze internazionali a pagamento — non è un accidente biografico: è la sostanza di un progetto politico che usa il lessico progressista come verniciatura e serve interessi che con il progressismo hanno poco a che spartire. L’unica concessione alla sensibilità liberal è una spolverata di diritti civili, il minimo sindacale identitario per restare presentabile in certi salotti.

Il campo largo e il punto di caduta

Il sistema mediatico che spinge Renzi verso il campo largo non lo fa per simpatia verso di lui né per convinzione politica. Lo fa perché Renzi è uno strumento funzionale a un obiettivo preciso: tenere il centrosinistra italiano dentro i confini di un atlantismo subalterno e di una politica economica che non metta in discussione nulla di strutturale. Con il suo 2% di consenso — che in bocca alla nonna di chiunque varrebbe il proverbiale «alle brutte tutto fa’» — Renzi non vincerà nulla da solo. Ma come testa di ponte dentro una coalizione più larga, come ago della bilancia in un futuro governo, come uomo di raccordo con ambienti che il resto della coalizione non frequenta, vale moltissimo.

Il nodo che non scioglie mai, né a Otto e Mezzo né altrove, è quello decisivo: per chi suona la campana? Quando cita la difesa della sanità pubblica, della scuola, dei salari, lo fa chi quegli stessi istituti ha sistematicamente indebolito nel corso del proprio governo. La giaculatoria programmatica è vuota non perché le parole siano sbagliate, ma perché chi le pronuncia ha già dimostrato, nei fatti, cosa intende per futuro. E il futuro che Renzi ha in mente assomiglia molto al presente che ha contribuito a costruire: qualcuno vola alto, gli altri restano dove sono.

 

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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