Berlusconismo, il Frankenstein sfuggito a Repubblica

Il berlusconismo fu l’effetto indesiderato della dissoluzione della sfera pubblica democratica organizzata attraverso corpi intermedi e partiti di massa, perorata da think tank come Repubblica.

Il berlusconismo: un effetto indesiderato (un rozzo tentativo di analisi)

Forse è ora che si mettano da parte le polemiche e si avvii un’analisi seria del Berlusconismo. Sinora la maggior parte dei discorsi attacca il fondatore di Mediaset, la sua figura, le sue azioni, la sua persona, e inevitabilmente il discorso diviene morale. Berlusconi avrebbe inquinato la vita italiana introducendo fenomeni di costume negativi, su cui non è necessario soffermarsi. Questo tipo di approccio ha una funzione: impedire un’analisi politica e storica di un fenomeno che è politico e storico.

La domanda che si tende a evitare è semplice: perché il leader di Forza Italia ebbe così tanto successo? Perché lo votavano a Mirafiori, i ceti medi, quelli popolari, la borghesia milanese e i disoccupati del sud? La critica moraleggiante spiega qualcosa di questo fenomeno? Una volta che ci si è assicurati della nostra superiorità morale va tutto bene?

Il Berlusconismo fu l’esito indesiderato di un processo lungo, che mirava alla distruzione dei partiti della prima Repubblica, che erano partiti di massa, che avevano integrato le masse italiane, rimaste fuori dal processo risorgimentale, nella vita politica del paese.

Questa operazione fu portata avanti prima dalla grande stampa, in particolare da Repubblica, e poi dispiegata per via giudiziaria. Naturalmente, vi erano molte cose che non andavano, ma una cosa è perseguire la corruzione, un’altra è usare la magistratura per distruggere un sistema politico.

Mani pulite fu un fenomeno complesso, ma vi è un aspetto che non può essere ignorato: presentò la politica e i partiti come una cosa negativa della vita italiana.

Il messaggio che passò e che si voleva fare passare fu: i partiti sono il male, la partitocrazia è il male del paese, il consociativismo è il cancro del paese. Analisi secondo me sbagliate, perché i partiti erano i corpi intermedi che mediavano tra società e sistema politico, e il consociativismo era un modo di gestire il potere politico che teneva insieme istanze diverse, fungeva da mediazione tra interessi diversi e prospettive politiche.

Il consociativismo era stato un enorme volano di democrazia e di sviluppo economico e sociale, oltre che di mobilità sociale e politica.

Tutto questo venne distrutto, i partiti furono presentati come un covo di malfattori, l’idea stessa di partito divenne indifendibili. Si fece passare l’idea che bisognava fare spazio agli individui, ai competenti, e qualcuno ricorda la stagione degli indipendenti che popolavano le liste del vecchio PCI.

Si creò il mito degli uomini della provvidenza, e bisogna essere Scalfari per stupirsi se poi l’uomo della provvidenza arrivò: il suo arrivo era stato preparato proprio da coloro che poi si scandalizzarono.

Fu questo a creare il clima che chiamiamo “berlusconismo”. Berlusconi seppe inserirsi in questo movimento, seppe sfruttare proprio il clima che Scalfari e compagni avevano creato, usare a suo vantaggio la sfiducia che era stata creata verso la politica.

Il berlusconismo fu l’effetto indesiderato della campagna di Repubblica, della sua dissoluzione della sfera pubblica democratica organizzata attraverso corpi intermedi e partiti di massa. Fu l’esito non previsto, ma preparato da esso.

Se i partiti non funzionano e sono solo associazioni criminali, se bisogna fare posto alla società civile (qualcuno ricorda quella stagione, in cui a sinistra si parlava della società civile come un luogo di purezza, contrapposta alla società politica brutta e sporca?), allora l’imprenditore che si è fatto da sé, che sa gestire le sue imprese, che promette quel lavoro che manca, mentre a sinistra si proponevano solo tagli e “lacrime e sangue”, beh, allora un uomo così ha tutti i titoli per governare il paese.
Fu questo a portare i ceti popolari a provare simpatia per Berlusconi.

L’analisi è rozza, insufficiente e parziale, ma il significato è chiaro: il berlusconismo come fenomeno politico fu l’effetto indesiderato (ma prevedibile) di una distruzione sistematica della politica dei partiti.

Ora, se questa ipotesi fosse corretta, il suo superamento non potrà che avere luogo, se mai avrà luogo, ricostruendo la democrazia italiana, i corpi intermedi, lasciandosi alle spalle le primarie, i partiti leaderistici, le sardine e tutti quei fenomeni che hanno sostituito lo spettacolo alla democrazia.

Lo si supera riprendendo la necessità di inserire le masse nella vita nazionale, di creare luoghi di formazioni che rendano possibile una mobilità politica ampia, diffusa e continua, invece di continuare a proporre controfigure dell’uomo della provvidenza, proponendo donne della provvidenza.

Non è di questo che il paese ha bisogno, non è di leader che ha bisogno. Questi vengono divorati in breve, come accade da anni. C’è bisogno di corpi intermedi che rendano possibile la comunicazione tra società e sfera politica.

Il resto è moralismo, perfettamente inutile. Serve solo a creare spirito gregario, mentre abbiamo bisogno di cambiare.

Non serve criticare Berlusconi anche dopo morto. Serve un progetto di ricostruzione democratica.

Non servono analisi moralistiche: la crisi del paese è politica, non morale. Con buona pace di Berlinguer, finiamola con sta narrazione della questione morale. Non ci aiuta e non aiuta il paese. Sin quando non si capisce che abbiamo una questione politica non se ne uscirà.

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Vincenzo Costa
Vincenzo Costa
Vincenzo Costa è professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia. Ha scritto saggi in italiano, inglese, tedesco, francese e spagnolo, apparsi in numerose riviste e libri.

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