La ricerca dell’identità ‘dem’ e il primum vivere

In democrazia le reazioni identitarie sono dettate dalle soglie psicologiche nelle aspettative di voto. Ma a dettare legge è il primum vivere.

Il primum vivere dem

Di Fausto Anderlini*

“Primum vivere deinde philosophari”. Chi se ne ricorda? Fu il motto che nel 1976 guidò i socialisti nella svolta craxiana del Midas. Un impulso nervoso orientato alla sopravvivenza di fronte alla minaccia dell’assoluta irrilevanza, se non dell’estinzione. In certo senso una situazione eroica. Il trinceramento psicologico prodromico alla ricerca di una via di salvezza collettiva.

In realtà il Psi non perse voti rispetto alle elezioni del 1972, sempre quel poco più del 9% residuato dal fallimento di quella unificazione col Psdi del 66 che sulla carta avrebbe dovuto garantire un buon 20% (in linea con lo status del ’46 agli albori della Repubblica).

La vera ragione della situazione di angoscia esistenziale nella quale il Psi sprofondò fu però lo straordinario successo del PCI con un balzo di sette punti, dal 27 al 34 % e la prospettiva di una politica di appeasement con la Dc (il Compromesso storico berlingueriano) che metteva fuori gioco le formazioni intermedie.

In democrazia le reazioni identitarie sono dettate dalle soglie psicologiche nelle aspettative di voto. Per il Pci degli ottanta tale soglia era il 30 %. Il ritorno nella fascia del 20 % fu un trauma che si palesò nelle elezioni del ’79 e che si trascinò per tutti gli ’80 avviando una nevrotica riflessione sulla crisi dell’identità e della rappresentanza.

Fenomeno che si replicò, ingigantendosi come patologia identitaria itinerante, col Pds subito alla nascita, avendo fallito immantinenti la soglia del 20 %. Per il Psi del Midas la soglia era invece il 15 e poi il 10%, mentre per l’attuale Pd la soglia più recente è stato il 20 %. Fallita sia nelle elezioni del 2018 che nelle attuali del settembre 22.

Per più di un aspetto il Pd attuale è rassomigliante al Psi dell’epoca e quasi analoga (mutatis mutandis) la situazione critica contingente. Un partito rigonfio di correnti e ceto politico, con una base militante vieppiù ristretta e con una identità lasca o sbiadita. Un partito soprattutto in disgrazia, che si trova disassato dalle linee di potere e sorpassato dall’ascesa del concorrente alla sua sinistra: là il Pci, qui il M5S.

Senonchè laddove il primum vivere, con tutto il suo carico adrenalinico emergenziale fu il sentimento che attraversò tutto il corpo di un partito sfibrato, qui, nel caso del Pd, si assiste piuttosto ad uno sdoppiamento. Una parte, la sinistra, che inclina al ripensamento identitario, cioè ai tempi lunghi del filosofare. L’altra parte che antepone il primum vivere e pretende di accelerare i tempi delle primarie e della proclamazione del leader. Avendo quest’ultima componente anche le sue ragioni, al di là del fatto di essere poco incline, per la sua abborracciata forma mentis, al filosofare come tale. Infatti sondaggi vieppiù spietati incalzano ed è probabile che di qui a qualche mese il Pd possa avvicinarsi alla soglia devastante del 10 %.

Il filosofare identitario mette al primo posto la weltanschauung, cioè una visione del mondo comprensiva di un passato idealizzato e di un futuro profetico. Con la politica come punto d’incrocio fra teoria e prassi. Molto di più e di diverso da una esangue carta dei valori a scopo condominiale.

Questa vertigine metatemporale la si avverte con immediatezza quando si sentono parlare Goffredo Bettini, ma anche Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani nei quali, peraltro, la stessa età congiura nell’esplorare a consuntivo il senso di una vita totus politica, apertasi all’insegna di un coinvolgimento totalizzante e transitata attraverso il grottesco fallimento del Pd.

In Bettini il coinvolgimento esistenziale è così forte da stimolare un ardito tentativo di trasformare la nostalgia e la melancolia depressiva in una energia politica emancipatrice volta al rovesciamento dello stato delle cose. Lo capisco bene.

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Da ormai dieci anni, sin dall’approssimarsi della pensione, mi sono cimentato con un tentativo analogo, ispirandomi alla teoria paretiana dei residui e degli aggregati. Con scarso successo, devo dire, sebbene ho molto migliorato l’arte del necrologio. Riempendolo di sentimento e nostalgia di vita vissuta. Per la gioia di molti dei miei scarsi followers.

Per gli altri, più spesso nativi Pd o ceto politico d’estrazione dorotea, sia tardo-migliorista che democristiana, come detto, di questa ricerca intorno alla weltanschauung interessa quasi nulla. A dettare legge è il primum vivere, tal quali si è. Risolvendo al più presto il problema della leadership. Sembra, questa volontà dell’esserci, un discorso concreto e pragmatico, quanto vitalistico, ma in realtà è tarato da una intima contraddizione. Giacchè il primum vivere, se vuole essere efficace, cioè implicare una qualche forma di rinascita e non un mero ‘vegetare’, richiede di incarnarsi in una guida volitiva, carica di energia timotica e per certi versi carismatica.

Insomma ci vorrebbe, come nel Midas, un giovane Craxi. Del quale tuttavia non si vedono copie. È vero che il Pd si avvale di una vasta platea di classe amministrante locale nella quale fare scouting. I pregi di questa congrega di sindaci e governatori sono spesso magnificati, ma il divario qualitativo rispetto agli stessi sindaci emergenti degli anni ’90 è evidente.

Basta prendere in esame i vari Bonaccini, Nardella, Ricci o Decaro, figure talvolta anche imbarazzanti, se non comiche, quasi dialettali, prive di background politici e culturali di qualche spessore, Fra il piano della politica locale e quello nazionale inoltre c’è un divario profondo. Essere leader di partito è cosa ben diversa dall’essere un buon leader di comunità da amministrare.

L’operazione craxiana non si risolse solo nella presa del potere e nella sottomissione delle correnti. Il primum vivere di Craxi fu anche una spettacolare operazione neo identitaria grondante di philosophia e iconografia. Spalleggiato da valenti intellettuali ‘organici’ (che non esistono nel Pd) egli elaborò una critica radicale del marxismo e dello storicismo gramsciano, pilastri della cultura comunista. Sostituendoli con un liberal-socialismo (antesignano delle ‘terze vie’) che spaziava dal recupero del protosocialismo utopistico (Proudhon) al neo-illuminismo popperiano.

Il tutto all’insegna di una sorta di futurismo-nazionalismo che intendeva proiettare il paese lungo una idea di modernità che non trascurava l’iconografia garibaldina e le figure del paleo-socialismo risorgimentale. Nel mentre Panseca (che stava a Craxi come Speer a Hitler) allestiva fastose e faraoniche scenografie congressuali Craxi tenne la bandiera ma sostituì il libro, il sole e la falce e martello (emblemi della fratellanza col Pci) con il garofano. Un partito ‘nuovo’, proiettato nella modernità ma con radici nella storia remota. Un partito di ‘lunga durata’.

Il primum vivere se vuole avere successo richiede dunque una filosofia critica e redentrice. Aspetto che è totalmente assente nel comune ceto politico piddino se non come ossificazione ideologica del tardo liberismo o mero governismo moderato.

La verità è che il suo Craxi il Pd l’ha già sperimentato. Con Renzi, sebbene in una forma più iconoclastica (la rottamazione) ma assai meno fantasiosa, ridotta come è stata ai palchi della Leopolda, al suo cerchio magico di toscani e ai figuranti intellettuali da talk-show. Una modernita esclusivamente dromologica e generazionale strombazzata dai media composta di due soli elementi: la velocità e la giovinezza.

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Modo diverso ma con lo stesso risultato; la rovina del Pd, come Craxi portò alla rovina il Psi, sebbene al termine di un regno durato almeno quindici anni, mentre a Renzi è bastato un lustro. Davvero veloce nel transitare al vivaismo, forma necrotica e prematura di vita morta. Una occasione sprecata che impedisce per ciò stesso ogni replica dell’esperimento.

La verità è che il Pd non può essere il luogo dove il filosofare matura il proprio scopo, ma neppure può rispondere all’imperativo esistenziale del primum vivere. Allo stato attuale le soluzioni che vedo per il Pd sono tre:

– Un riaccomodamento delle correnti attorno all’ennesimo leader senza stoffa tratto dalle primarie. Un vivere traccheggiando. Cioè la via a una eutanasia che potrebbe essere anche molto veloce.

– Una scissione preventiva, come talvolta augurata da D’Alema, da consumarsi senza traumi, come la separazione fra cechi e slovacchi. Cosa improbabile, per quanto augurabile, perchè richiederebbe una polarizzazione binaria che è invece ostacolata dalla farraginosa mescolanza di molti legami.

– Una esplosiva e caotica frantumazione lungo innumerevoli linee di frattura: ideologiche, geografiche, generazionali, stratarchiche….

Quest’ultima, a mio modo di vedere, la cosa più probabile. Essendo impossibile che i morti viventi si mettano a filosofare, bisognerebbe almeno che i filosofi passassero alla prassi, quale che sia l’evoluzione possibile. Cioè la smettessero di conferenziare, esortare, rimembrare. Che scrivessero tesi, anzichè libri e che attorno ad essere adunassero le forze.

Il primum vivere riguarda la filosofia della prassi, senza la quale non è possibile alcuna sinistra capace di vita qui ed ora, dunque nella storia.

* grazie a Fausto Anderlini

 

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