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In dieci giorni la protesta nei licei francesi coinvolge un istituto su tre e quasi 2mila fermi in un solo giorno. Due adolescenti gravemente feriti da proiettili di gomma e lacrimogeni. Intanto lo spread francese vola ai massimi dal 2012 e il governo taglia 54 miliardi.
La rivolta dei licei mette in ginocchio Parigi, e lo spread fa il resto
Il movimento di protesta nato il 21 settembre in alcuni licei della regione parigina si è trasformato in pochi giorni in una delle mobilitazioni studentesche più ampie della Francia recente. Giovedì primo ottobre il ministero dell’Interno contava 1.027 istituti coinvolti su circa 3.700 licei nazionali, quasi uno su tre, con 222 completamente bloccati, mentre una trentina di università si univa alla protesta occupando i propri campus.
Le forze dell’ordine hanno proceduto a 1.949 fermi nella sola giornata di giovedì, in gran parte per violenza contro pubblici ufficiali e disordini. Il bilancio dei feriti, secondo il ministro dell’Istruzione Edouard Geffray, parla di oltre 170 studenti e 65 insegnanti coinvolti, oltre a 83 tra poliziotti e gendarmi. Due episodi in particolare hanno acceso ulteriormente gli animi: a Tours un sedicenne è stato gravemente ferito a un occhio da un proiettile di gomma Lbd, mentre a Parigi un quattordicenne è stato colpito alla mascella da un lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata davanti al proprio liceo, riportando secondo la madre, intervistata da Le Parisien, la frattura di tutti i denti superiori.
Il leader della France Insoumise Jean-Luc Mélenchon ha commentato che «rompere i denti a un liceale disonora chi lo fa e chi lo ordina». Il governo di Sébastien Lecornu attribuisce invece la deriva violenta a una «manovra organizzata» da Lfi e dall’ultrasinistra, accusa che il partito respinge definendola un tentativo di delegittimare una protesta sociale genuina.
Le rivendicazioni studentesche, nate da problemi concreti di sostituzione dei docenti mai coperti, si sono allargate alla denuncia di aule sovraffollate, strutture fatiscenti e orari scolastici giudicati insostenibili. Il premier ha convocato una cellula di crisi interministeriale, chiesto ai ministri di annullare le trasferte ufficiali per non sottrarre risorse alle prefetture, e ha visto il ministro della Giustizia Gerald Darmanin riunire in videoconferenza i trentasei procuratori generali del paese per discutere la «fermezza della risposta penale».
Sullo sfondo, la crisi dei conti pubblici francesi si fa sempre più acuta: lo spread sui titoli decennali rispetto al Bund tedesco è salito ai massimi dal 2012, il Bund stesso ha superato il 3,65%, e il governo ha presentato una manovra da 54 miliardi di euro di tagli, incluso il blocco della spesa sanitaria, per evitare che il disavanzo sfori il 6,5% del Pil. L’agenzia francese per la gestione del debito prevede per il 2027 un’emissione record di 340 miliardi di euro in titoli, il 10% in più rispetto a quest’anno.
Una generazione che paga il conto di decenni di tagli strutturali
Colpisce, osservando la sequenza degli eventi, la rapidità con cui un problema apparentemente circoscritto, la mancata sostituzione di alcuni insegnanti, si sia trasformato in una crisi politica nazionale capace di costringere il governo a un assetto da emergenza permanente. Non è un caso isolato né una reazione sproporzionata: è il sintomo di un sistema scolastico pubblico che ha accumulato per anni carenze strutturali, dagli edifici fatiscenti al sottorganico cronico, fino al punto di rottura. Che il progetto di bilancio presentato proprio in queste ore preveda, tra le altre misure, nuove quote di iscrizione per gli studenti dei percorsi tecnici superiori privi di borsa di studio, dimostra quanto la gestione dell’emergenza economica continui a scaricarsi prioritariamente sulle fasce più giovani e meno abbienti della popolazione, proprio mentre quella stessa popolazione scende in piazza per denunciare l’abbandono delle proprie scuole.
Lo Stato che reprime con durezza ciò che ha generato con la propria negligenza
Il paradosso più amaro di questa vicenda riguarda la sproporzione tra la gravità della risposta repressiva e la natura delle rivendicazioni iniziali. Mutilare un occhio o fracassare la dentatura a un adolescente che protesta per avere professori e aule decenti non è gestione dell’ordine pubblico, è la certificazione plastica di uno Stato che preferisce affrontare con la forza bruta le conseguenze di scelte politiche di bilancio prese altrove, a porte chiuse, da chi non dovrà mai sedersi su quei banchi fatiscenti.
Mentre lo spread vola e il governo rassicura i mercati promettendo rigore, è la generazione più giovane a pagare il conto duplice di un sistema educativo in rovina e di una piazza repressa con la stessa energia che si fatica a trovare quando si tratta di finanziare un’aula riscaldata d’inverno.

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