Nel 1965 l’Indonesia sterminò i comunisti con le liste fornite dalla CIA, e nessuno pagò mai

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Il 1° ottobre 1965 iniziò in Indonesia lo sterminio del PKI, terzo partito comunista al mondo: fino a tre milioni di morti secondo le stime più alte, con liste di nomi fornite dalla CIA all’esercito di Suharto. Un genocidio mai processato, a lungo rimosso dalla storiografia occidentale.

Il genocidio dimenticato: nel 1965 l’Indonesia sterminò i comunisti con le liste fornite dalla CIA

Il primo ottobre 1965, a Giacarta, un gruppo di militari vicini al Partito Comunista Indonesiano tentò un colpo di stato che si concluse nel giro di poche ore con l’uccisione di sei generali. Fu il pretesto, più che la causa, di quanto accadde nei mesi successivi: il generale Suharto, incaricato da Sukarno di ristabilire l’ordine, attribuì immediatamente la responsabilità al PKI, allora il terzo partito comunista al mondo per numero di iscritti dopo quello sovietico e quello cinese, e diede avvio a una campagna di sterminio sistematico che proseguì fino al marzo 1966.

Documenti declassificati e la ricostruzione giornalistica pubblicata nel 1990 dalla reporter Kathy Kadane, basata sulle testimonianze di ex funzionari americani, hanno accertato che l’ambasciata statunitense a Giacarta fornì all’esercito indonesiano liste contenenti migliaia di nomi di membri del PKI e delle organizzazioni di massa a esso collegate, dai sindacati alle associazioni femminili.

Le stime sul numero delle vittime restano, a sessant’anni di distanza, ampiamente discordanti tra gli storici: si va da un minimo di cinquecentomila a stime più recenti che arrivano fino a due o tre milioni di morti, mentre il numero di chi fu incarcerato senza processo supera il milione di persone.

Nel 2016 il Tribunale Internazionale del Popolo, riunito all’Aia, ha emesso una sentenza simbolica che qualifica quegli eventi come genocidio, elencando dieci categorie di violazioni dei diritti umani commesse contro i civili, dalla detenzione arbitraria alla tortura fino alla violenza sessuale sistematica. Suharto, divenuto presidente dell’Indonesia nel 1967 e rimasto al potere per oltre trent’anni, non è mai stato processato per questi fatti ed è morto a Giacarta nel 2008. Il PKI resta tuttora bandito, e il semplice sospetto di simpatie comuniste continua a precludere l’accesso a cariche pubbliche nel paese.

Un genocidio che non ha mai avuto il suo Norimberga

Quello che rende questa vicenda ancora più inquietante, rispetto ad altri crimini di massa del Novecento, non è soltanto la scala dello sterminio, paragonabile per numero di vittime ad alcuni dei più noti genocidi del secolo, ma il silenzio quasi totale con cui è stato trattato dalla storiografia occidentale mainstream per decenni.

Mentre ogni crimine o presunto crimine comunista, da Stalin a Pol Pot, è stato oggetto di un’elaborazione pubblica continua, processi simbolici, musei, programmi scolastici, lo sterminio di centinaia di migliaia se non milioni di persone sospettate di simpatie di sinistra, con il coinvolgimento diretto dell’intelligence americana nella compilazione delle liste di proscrizione, è rimasto per decenni confinato ai margini del dibattito storico, nonostante sia stato uno dei suoi episodi più sanguinosi.

Non è un caso che manuali scolastici indonesiani abbiano continuato per decenni a liquidare la vicenda con pochi accenni generici alla «furia popolare» seguita al tentato golpe, senza mai nominare la responsabilità sistematica dell’esercito e dei suoi sponsor esterni.

La logica della Guerra Fredda, quella che ha prodotto decenni di retorica occidentale sulla superiorità morale del blocco democratico rispetto ai regimi comunisti, ha finito per archiviare come necessità strategica uno dei massacri più efferati del secolo, semplicemente perché le vittime appartenevano alla fazione sbagliata agli occhi di chi scriveva la storia vincitrice.

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Alex Marquez
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