Trump divide la NATO in buoni e cattivi, e lascia fuori Italia, Francia e Regno Unito

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Il Pentagono esclude Italia, Francia, Regno Unito e Paesi baltici dal vertice NATO di ottobre in Polonia, riservato al “Gruppo di Bergen” di Colby. Criteri ambigui, visto che Londra spende quanto gli invitati Paesi Bassi. Una NATO divisa in buoni e cattivi secondo i desiderata di Trump.

La NATO a due velocità: Italia, Francia, Regno Unito e Baltici fuori dal tavolo che conta

Il Pentagono ha organizzato per il mese prossimo, in Polonia, una nuova riunione del cosiddetto Gruppo di Bergen, il formato ristretto voluto dal sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby che si è già incontrato due volte, la prima a giugno nella città norvegese che gli dà il nome.

Secondo la ricostruzione di Politico, confermata da sei diplomatici alleati, dal tavolo resteranno esclusi Regno Unito, Francia, Italia ed Estonia, Lettonia e Lituania, cioè alcuni dei principali contributori europei dell’Alleanza sia in termini di spesa militare assoluta sia di ruolo strategico sul fianco orientale contro la Russia.

Gli invitati restano sempre gli stessi sei: Norvegia, Svezia, Finlandia, Polonia, Germania e Paesi Bassi, con la possibile new entry della Danimarca, tornata in grazia presso Washington dopo l’accordo raggiunto sul rafforzamento della presenza militare americana in Groenlandia. Colby aveva spiegato dopo il primo incontro che il gruppo riunisce gli alleati che stanno «rapidamente adempiendo ai propri impegni di spesa stabiliti all’Aia, dispongono delle risorse necessarie per contribuire e sono pronti a lavorare su questioni concrete», aggiungendo questo mese che l’obiettivo è «trascinare avanti l’intera Alleanza» verso una NATO «migliore e più solida».

Il criterio economico spiega solo in parte le esclusioni. L’Italia, secondo le stime NATO per il 2026, destina alla difesa il 2,10% del Pil, ben lontana dal 3,5% fissato al vertice dell’Aia come obiettivo di spesa pura, ed è dunque rimasta fuori per ragioni di merito oggettivo. Ma lo stesso criterio non regge per il Regno Unito, che spende in rapporto al Pil quanto i Paesi Bassi, già invitati, e più della Francia, anch’essa esclusa. Ancora meno regge per i tre Stati baltici, che secondo le stesse stime NATO sono in assoluto i paesi che nel 2026 spendono di più per la difesa in proporzione al proprio Pil, pur partendo da volumi totali modesti.

Un funzionario di un paese escluso ha dichiarato a Politico: «Stiamo facendo tutto ciò che ci viene chiesto. Cerchiamo di capire quali siano i criteri e lo scopo di questi incontri. Finora non ci è stato comunicato granché». I promotori dell’iniziativa insistono sul fatto che l’obiettivo non sia spaccare l’Alleanza, ma risulta difficile immaginare una trasformazione reale della NATO che tenga fuori dal tavolo tre paesi fondamentali per decenni di missioni, uomini e mezzi messi a disposizione della sicurezza collettiva.

Una lista dei buoni e dei cattivi che Trump non nasconde più

Difficile non collegare questa selezione alla logica binaria che l’amministrazione Trump applica ormai apertamente ai rapporti con gli alleati, la stessa che ad aprile avrebbe prodotto una lista interna di paesi meritevoli e inadempienti rispetto alle richieste presidenziali. Lo stesso Trump, commentando a inizio anno la crisi scatenata dal proprio attacco all’Iran, aveva descritto la NATO come «una strada a senso unico: noi li proteggiamo, ma loro non fanno nulla per noi, soprattutto nel momento del bisogno». È lo stesso impianto retorico che oggi si traduce in un club ristretto di sei o sette «primi della classe», premiati con un posto al tavolo delle decisioni, mentre i contributori storici dell’Alleanza restano ad aspettare fuori dalla porta come studenti in castigo.

Il do ut des che logora la fiducia più di quanto rafforzi la difesa

Il quadro si inserisce in un più ampio ridimensionamento americano della presenza in Europa: ritiro delle truppe dalla Germania e dalla Romania, riduzione degli assetti aerei e navali, fine delle missioni di rotazione della Bomber Task Force Europe, mentre contemporaneamente la Polonia tratta l’apertura di una base che potrebbe ospitare fino a diecimila soldati americani e Lituania ed Estonia riceveranno ciascuna un reggimento a rotazione da fine anno.

È una politica di premi e punizioni, do ut des applicato all’architettura di sicurezza collettiva, che rischia di produrre l’effetto contrario a quello dichiarato: non una NATO più coesa e trascinata verso standard di spesa più alti, ma un’Alleanza percepita sempre più come un mercato di favori bilaterali, dove la fiducia reciproca tra alleati storici cede il passo alla diffidenza verso un protettore che tratta la sicurezza collettiva come una classifica di merito aggiornabile a piacimento.

La NATO non si spaccherà per questo, i meccanismi di difesa restano troppo interdipendenti perché un simile smottamento avvenga nel breve periodo, ma l’accelerazione verso una vera autonomia strategica europea, finora più proclamata che praticata tra i «volenterosi» del continente, non è mai apparsa così necessaria quanto oggi, proprio mentre Washington dimostra con questa mossa quanto poco contino, nei fatti, decenni di fedeltà atlantica.

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