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Il ddl antisemitismo, con la definizione Ihra che rischia concretamente di criminalizzare la parola genocidio su Gaza, trasforma la Memoria della Shoah in uno strumento selettivo di silenziamento. Segre chiede unanimità negando il genocidio, mentre Onu e Amnesty lo documentano. Non è più solo memoria, è umanità.
Quando “mai più” diventa “mai più solo per noi”: la Memoria della Shoah presa in ostaggio dal ddl antisemitismo
La senatrice a vita Liliana Segre ha rilanciato all’Ansa il proprio appello per un’approvazione unanime del ddl antisemitismo, dichiarandosi disponibile ad accogliere «inessenziali modifiche» al testo, mentre la storica Anna Foa bollava la stessa legge come un «boomerang» destinato ad alimentare l’antisemitismo invece di contenerlo, annunciando un futuro ricorso alla Consulta.
In commissione Affari Costituzionali alla Camera, il provvedimento ha ottenuto il via libera con i voti di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Italia Viva, il no di M5S, Avs e Fratelli d’Italia dissidenti di Futuro Nazionale, l’astensione di Più Europa e la scelta del Pd di non partecipare al voto. Al centro dello scontro c’è la definizione di antisemitismo mutuata dall’International Holocaust Remembrance Alliance, che molti giuristi e osservatori ritengono capace, nella sua formulazione più ampia, di rendere giuridicamente rischioso definire «genocidio» quanto accade a Gaza, equiparando di fatto la critica severa a Israele a una manifestazione di pregiudizio razziale.
Segre, va detto, non nega la gravità di quanto avviene nella Striscia: lo ha definito a gennaio, durante la cerimonia del Giorno della Memoria al Quirinale, un insieme di «crimini di guerra e crimini contro l’umanità», esprimendo esplicita repulsione per il governo di Benjamin Netanyahu, descritto in altre occasioni come «fascistoide». Ciò che respinge, con costanza che ha scatenato critiche durissime anche in ambienti progressisti, è specificamente la parola «genocidio», sostenendo che il suo uso rischi di trasformarsi in uno strumento manipolatorio contro lo Stato ebraico in quanto tale.
È una posizione problematica: quando la voce considerata più autorevole e intoccabile della memoria pubblica italiana afferma che quella parola non va usata, chiunque la usi comunque si trova automaticamente collocato fuori dal recinto del rispettabile, indipendentemente da cosa dicano, nel frattempo, la Commissione d’inchiesta Onu, Amnesty International o Medici Senza Frontiere, che quella parola la usano eccome.
Una memoria che ha sempre avuto confini, e oggi diventa un confine giuridico
Chi ha seguito con attenzione critica la costruzione pubblica della memoria della Shoah nel dopoguerra europeo sa bene che non è mai stata un esercizio perfettamente inclusivo. I ventisette milioni di cittadini sovietici morti per sconfiggere il nazismo, i comunisti, i Rom, hanno sempre occupato un posto marginale rispetto alla centralità, per molti versi giustificata ma mai onnicomprensiva, dello sterminio ebraico nell’immaginario collettivo occidentale. Era una selettività silenziosa, accettata con un certo disagio e qualche imbarazzato “eh, ma anche…”.
Quello che sta accadendo ora con il ddl antisemitismo è di tutt’altra natura: non si tratta più di una gerarchia informale delle vittime da ricordare, ma di un tentativo esplicito, sostenuto da una parte della classe dirigente italiana trasversale a maggioranza e opposizione, di trasformare quella selettività in un vincolo normativo, capace di rendere penalmente rischioso definire con il nome che gran parte del diritto internazionale sta usando ciò che accade oggi a Gaza.
Il punto più inquietante, ed è qui che la discussione smette di riguardare esclusivamente l’antisemitismo o la Memoria in senso stretto, è che il “mai più” costruito sulle macerie del Novecento rischia di trasformarsi, nelle mani di chi oggi lo brandisce selettivamente, in un “mai più dirlo”, piuttosto che in un “mai più farlo”.
Il monito che la Shoah avrebbe dovuto lasciare in eredità all’umanità intera, quello contro ogni sterminio sistematico di un popolo, viene rivendicato come proprietà esclusiva, utilizzabile per legittimare operazioni militari presentate come autodifesa mentre si chiede, contemporaneamente, il silenzio di chi osserva e denuncia.
A questo punto la questione smette davvero di essere una disputa semantica tra genocidio e crimini di guerra, o un dibattito tecnico sulla definizione Ihra contro quella di Gerusalemme. Diventa una domanda molto più semplice e molto più scomoda da porre a chiunque, Segre inclusa: da che parte si sta quando si sceglie di guardare altrove, o peggio di zittire chi non lo fa.

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