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Washington invia una terza portaerei e 10mila soldati nel Golfo, mentre Trump minaccia nuovi raid dopo le elezioni di metà mandato. Il pretesto arriva da un accoltellamento su un volo Flydubai, l’ennesimo dopo mesi di tregue fallite. Teheran risponde minacciando uranio al 90% e nuovi fronti.
Tre portaerei nel Golfo, un volo dirottato e il calendario elettorale che decide la guerra all’Iran
Il Wall Street Journal ha rivelato che gli Stati Uniti stanno inviando verso il Medio Oriente un terzo gruppo d’attacco imperniato sulla portaerei USS Theodore Roosevelt, partita domenica dalla base di San Diego, insieme al gruppo anfibio USS Makin Island con a bordo i Marines della 13ª Unità di Spedizione.
Il contingente aggiuntivo, tra i novemila e i diecimila effettivi secondo fonti citate in forma anonima, si sommerà agli oltre cinquantamila soldati già presenti nella regione e, se la USS George Washington non lascerà come previsto la zona per rientrare a Yokosuka, porterà a tre il numero di portaerei schierate contemporaneamente nell’area per la prima volta da aprile, quando Stati Uniti e Iran avevano raggiunto l’ultimo, fragile cessate il fuoco dopo mesi di guerra aperta iniziata il 28 febbraio con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei.
In un’intervista a Time, Trump ha dichiarato che è «possibile» intensificare i bombardamenti contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre, rifiutandosi di fornire dettagli operativi: «Mi state chiedendo dove pensate che bombarderò?». Ha inoltre respinto l’ultima proposta di cessate il fuoco di Teheran, inclusa l’offerta di riaprire lo Stretto di Hormuz, giudicandola insufficiente.
A fornire il pretesto più immediato ci ha pensato il controverso episodio dell’accoltellamento del comandante di un volo Flydubai, che ha costretto l’aereo a un atterraggio d’emergenza in Arabia Saudita. Trump, interrogato sulla possibilità di un coinvolgimento iraniano, ha risposto senza esitazioni che Teheran «sarà colpita molto duramente» se dovesse risultare responsabile, nonostante al momento non esista alcuna prova pubblica di un collegamento tra l’aggressore e la Repubblica islamica.
Sul fronte nucleare, già a maggio il portavoce della commissione parlamentare iraniana per la sicurezza nazionale, Ebrahim Rezaei, aveva avvertito che in caso di un nuovo attacco l’Iran potrebbe arricchire l’uranio fino al 90%, soglia necessaria per un ordigno, mentre il portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia ha più volte ribadito che la Repubblica islamica ha «il dito sul grilletto» ed è pronta ad aprire «nuovi fronti con nuove armi» se gli attacchi dovessero ripetersi.
Un copione già scritto, e già visto fallire
Chi ha seguito con un minimo di memoria gli ultimi otto mesi di questo conflitto riconosce lo schema con fin troppa familiarità. Ogni fase di escalation militare americana è stata preceduta da un rilancio del dossier nucleare iraniano, utilizzato come giustificazione morale pronta all’uso indipendentemente dallo stato reale dei negoziati, e ora si aggiunge un episodio di cronaca nera, l’aggressione su un volo civile, trasformato in potenziale casus belli prima ancora che le indagini stabiliscano alcunché.
È lo stesso meccanismo retorico che a febbraio presentò i raid su Fordow, Natanz e Isfahan come necessari a impedire un’arma nucleare che l’amministrazione americana stessa aveva dichiarato «completamente e totalmente obliterata», salvo poi scoprire, pochi mesi dopo, che il programma iraniano stava semplicemente ricostruendosi altrove.
La guerra lampo promessa non è mai arrivata: è arrivata invece una sequenza di tregue fallite, blocchi dello Stretto di Hormuz, scuole colpite da missili a Minab, e oggi un dispiegamento navale che richiama esplicitamente i preparativi di un’offensiva su vasta scala, possibilmente terrestre.
Il calendario elettorale come variabile strategica, non la diplomazia
Il dettaglio che meriterebbe più attenzione è il tempismo esplicitamente legato alle elezioni di metà mandato. Trump non nasconde che la decisione finale arriverà dopo il 3 novembre, il che significa che la scelta di riprendere o meno i bombardamenti sarà calibrata non sulla reale evoluzione della minaccia iraniana, ma sulla convenienza elettorale del momento.
Dall’altra parte, Teheran risponde nello stesso registro muscolare, minacciando arricchimenti all’uranio militare e nuovi fronti bellici, in una spirale retorica che entrambi i governi sembrano considerare più utile al consenso interno che pericolosa per la stabilità regionale.
Mentre le monarchie del Golfo, memori dei danni economici già patiti con la chiusura di Hormuz, chiedono garanzie di libero transito al G7 finanziario, le tre portaerei americane restano lì, pronte, in attesa che un’urna elettorale a Washington decida se la pace fragile raggiunta mesi fa meriti ancora di essere difesa o possa essere sacrificata sull’altare del prossimo bollettino di voto.

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