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Hezbollah rifiuta la tregua che autorizzava Israele ad attaccare e vietava la risposta. Israele avanza su Sidone, 3.516 morti dall’8 marzo. Washington prova a separare i dossier. Teheran dice no. Il Libano brucia.
Libano, un accordo che chiedeva la resa chiamandola tregua
Il segretario generale di Hezbollah Naim Qassem ha comunicato il rifiuto del cessate il fuoco raggiunto tra le autorità centrali libanesi e Israele. Il comunicato non lasciava spazio a interpretazioni: l’accordo era definito «una farsa e un’umiliazione», e la popolazione libanese veniva invitata a raccogliersi attorno a uno stato sovrano capace di imporre il rispetto delle proprie decisioni.
Il rifiuto era prevedibile da chiunque avesse letto il testo dell’intesa con attenzione minima. L’accordo autorizzava Israele a proseguire le operazioni militari contro Hezbollah nel sud del Libano, vietava a Hezbollah di rispondere alle aggressioni, non prevedeva il ritiro delle truppe israeliane dal territorio occupato e invocava lo smantellamento del movimento come condizione accessoria. Tradotto dal diplomatico: Israele poteva attaccare, Hezbollah non poteva difendersi, e il ritiro israeliano era subordinato alla dissoluzione dell’unica forza che resisteva all’occupazione. Chiamarlo cessate il fuoco richiedeva una flessibilità semantica notevole, anche per gli standard abituali della diplomazia mediorientale.
Dal 2 marzo — data di riferimento utilizzata dal ministero della Salute libanese — Israele ha ucciso almeno 3.516 persone nel paese e ne ha ferite altre 10.674. Nelle stesse ore del rifiuto di Qassem, le IDF hanno rilasciato ordini di evacuazione generali per il sud del Libano, chiedendo alla popolazione di spostarsi a nord del fiume Zahrani.
Il giorno successivo sono arrivati ordini specifici per l’area di Sidone — primo centro urbano significativo a nord dello Zahrani — con la richiesta di allontanarsi di almeno mille metri dalle abitazioni verso aree aperte. È la geometria riconoscibile di un’avanzata preparata dai bombardamenti: svuotare, colpire, avanzare. Anche l’UNIFIL ha segnalato di aver subito un attacco nel quale è stato ucciso un casco blu serbo; israeliani e Hezbollah si sono reciprocamente accusati, e l’indagine è in corso.
Washington tenta di separare i dossier, Teheran non ci sta
Il naufragio dell’accordo prolunga lo stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che procedono a ritmo lento e continuano a incagliarsi sullo stesso ostacolo: il rifiuto israeliano di sospendere la campagna militare in Libano. Washington sta provando a separare i tavoli, puntando a due accordi distinti — uno per il Libano, uno per il dossier nucleare e le sanzioni iraniane — nella speranza che dividere la questione la renda più gestibile.
È una strategia comprensibile nella sua logica, ma che ignora una condizione che Teheran ha ribadito con coerenza: qualsiasi intesa con gli Stati Uniti deve includere la fine dell’invasione israeliana del Libano e l’interruzione delle aggressioni contro Hezbollah. Per l’Iran, i dossier non sono separabili perché Hezbollah non è una variabile accessoria della propria politica regionale ma un elemento strutturale dell’asse che Teheran considera la propria proiezione strategica nel Mediterraneo orientale.
La posizione israeliana è speculare nella sua rigidità. Condizionare il ritiro dal Libano allo smantellamento di Hezbollah significa costruire una precondizione che Hezbollah non ha alcun incentivo ad accettare — e che nessuna autorità libanese ha la capacità concreta di imporre. Il governo di Beirut può firmare accordi, ma il controllo effettivo del territorio nel sud del paese è una questione che il cedimento armato di Hezbollah risolverebbe solo nell’ipotesi in cui Hezbollah smettesse di esistere come organizzazione. L’accordo rifiutato da Qassem chiedeva esattamente questo, mascherandolo da tregua umanitaria.
Il risultato è un conflitto che si auto-perpetua attraverso precondizioni progettate per non essere soddisfatte. Israele avanza, chiede lo smantellamento di Hezbollah come condizione per fermarsi, Hezbollah rifiuta, Israele avanza ancora. Nel mezzo, ordini di evacuazione su Sidone, caschi blu uccisi e tremila morti contati dal ministero della Salute di un paese che non controlla più due terzi del proprio territorio. La diplomazia americana guarda e propone tavoli separati. La soluzione, per ora, è il calendario: ogni giorno che passa è un giorno in più di avanzata israeliana verso lo Zahrani e oltre.

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