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Israele considera probabile un attacco Usa all’Iran mentre a Ginevra riprendono i negoziati sul nucleare. Tel Aviv diffida di un accordo “debole”, Washington rafforza la presenza militare nella regione. Tra pressioni politiche e scenari di regime change, il tempo della diplomazia si assottiglia.
Israele dà la guerra per certa, Washington esita
A Tel Aviv l’aria è diversa da Washington. Mentre la Casa Bianca continua a parlare di diplomazia e di “ultime finestre negoziali”, in Israele l’ipotesi di un attacco all’Iran viene trattata come un fatto quasi scontato. Non un’opzione tra le tante, ma una tappa già scritta. E quando i media israeliani parlano di “inevitabilità”, di solito non lo fanno per riempire il palinsesto.
A Ginevra riprendono i colloqui tra Stati Uniti e Teheran, con la mediazione del Qatar. Secondo fonti riportate dalla stampa israeliana, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi avrebbe ricevuto il via libera dalla Guida Suprema Ali Khamenei per presentare una controproposta ai negoziatori americani. Sulla carta, dunque, la diplomazia è viva.
Ma a Gerusalemme si guarda altrove. Channel 12 riferisce che ambienti politici e militari israeliani considerano marginali questi negoziati e ritengono probabile un’azione statunitense. L’argomento è semplice: un’intesa “vera” implicherebbe concessioni iraniane difficilmente compatibili con la linea del regime; un’intesa “debole”, invece, sarebbe inaccettabile per Israele. In entrambi i casi, il risultato sembra già scritto.
Il nodo non è solo il nucleare. Washington chiede restrizioni sul programma missilistico e la fine del sostegno iraniano alle milizie dell’“Asse della Resistenza” in Iraq, Yemen, Libano e Siria. Per le componenti più rigide dell’apparato iraniano – in particolare le Guardie Rivoluzionarie – si tratta di linee rosse. Da qui il sospetto, diffuso a Teheran, che dietro le richieste americane si nasconda un obiettivo politico più radicale: indebolire fino al collasso la teocrazia sciita.
Non è un’ipotesi campata in aria. In Israele c’è chi guarda apertamente a uno scenario post-Khamenei. Alcuni osservatori hanno discusso possibili successioni interne all’establishment militare iraniano; altri, come ricordato da Haaretz, hanno analizzato il sostegno che ambienti vicini a Netanyahu riservano da tempo a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià. La partita non è solo atomica: è di regime.
Segnali di guerra
Nel frattempo, i segnali militari si accumulano. Secondo fonti di stampa, nella regione sono stati rafforzati gli assetti aerei statunitensi, inclusi velivoli di superiorità come gli F-22 e piattaforme per la guerra elettronica come l’EC-130H. Il gruppo d’attacco della portaerei USS Gerald R. Ford si è mosso nel Mediterraneo orientale. Sono movimenti che non si fanno per esercizio retorico.
L’amministrazione americana è sotto pressione su più fronti: Ucraina, tensioni commerciali con la Cina, frizioni con alleati europei. Una dimostrazione di forza nel Golfo potrebbe apparire, per alcuni, come un modo per ristabilire credibilità. Ma è un calcolo rischioso. L’Iran, pur indebolito da sanzioni, inflazione e proteste interne, resta un attore regionale con capacità di risposta asimmetrica.
C’è poi un elemento che in Israele divide. Commentatori come Zvi Bar’el su Haaretz hanno ricordato che l’Iran, secondo diverse valutazioni anche di ambienti della difesa israeliana, rispettò per anni l’accordo nucleare del 2015, iniziando a violarlo solo dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti. Una guerra, osservano, avrebbe costi più certi di qualsiasi compromesso negoziale.
La sensazione è quella dei “tempi supplementari”: la diplomazia è ancora formalmente in campo, ma il terreno è già occupato dai preparativi militari. Se un accordo arriverà, sarà una sorpresa. Se non arriverà, nessuno potrà dire di non aver visto i segnali.

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