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Gaza non è solo guerra: è laboratorio di guerra algoritmica. Tra droni, AI e Project Maven, il conflitto produce dataset e delega decisioni letali alla macchina. In un mondo di scarsità, il controllo potrebbe diventare computazionale. La posta in gioco è politica, non tecnica.
Gaza, laboratorio del futuro algoritmico*
C’è una differenza sostanziale tra raccontare una guerra e analizzarne l’infrastruttura. Gaza oggi non è solo teatro di uno scontro armato devastante, né esclusivamente il simbolo di una tragedia umanitaria permanente. È anche – e forse soprattutto – uno spazio di sperimentazione tecnologica dove la guerra produce dati in quantità industriale. Non solo macerie, ma dataset.
La guerra contemporanea non si limita a distruggere: raccoglie, classifica, ottimizza. Ogni drone che sorvola un quartiere, ogni intercettazione, ogni tracciamento satellitare genera flussi informativi che alimentano sistemi di analisi predittiva. A circa venti chilometri da Gaza opera il Civil-Military Coordination Center (CMCC), struttura congiunta statunitense-israeliana che integra personale militare e tecnico. In parallelo, programmi come Project Maven del Dipartimento della Difesa Usa aggregano dati provenienti da droni, immagini satellitari e sensori per trasformarli in strumenti decisionali in tempo reale.
Non è un mistero: l’intelligenza artificiale è ormai parte integrante della cosiddetta “kill chain”, la catena che va dall’individuazione di un obiettivo alla sua neutralizzazione. Aziende come Palantir parlano apertamente di ottimizzazione dei processi decisionali militari. La questione non è l’esistenza di questi sistemi – ampiamente documentata – ma il loro effetto cumulativo: la progressiva delega della decisione morale alla macchina.
Dalla sovranità politica al protocollo cibernetico
Storicamente, anche nei conflitti più brutali, esisteva un residuo umano che agiva come freno: l’esitazione del soldato, la responsabilità del comandante, il trauma del carnefice. Oggi l’automazione promette efficienza e rapidità. Se un algoritmo seleziona obiettivi in millisecondi, se la complessità tecnica rende opaca la decisione, la responsabilità si diluisce. Non scompare: si disperde.
Il punto critico non è la “precisione” dell’algoritmo, ma la sua funzione sistemica. Gaza diventa un ambiente computazionale dove ogni interazione è traducibile in pattern comportamentale. Il conflitto non è più soltanto scontro armato, ma produzione continua di informazioni operative. In questa logica, l’essere umano rischia di essere ridotto a variabile statistica: biomassa informativa da monitorare, prevedere, eventualmente neutralizzare.
Guardando oltre l’attualità, si intravede uno scenario più ampio. In un mondo segnato da crisi climatiche, migrazioni di massa e risorse scarse, il controllo delle popolazioni potrebbe assumere forme sempre più algoritmiche. Non servono soldati empatici, ma sistemi addestrati su dati reali di conflitto. Gaza, in questa prospettiva, non è un’eccezione: è un prototipo.
L’etica come teatro, la resistenza come rumore
Nel frattempo, le Big Tech organizzano conferenze sull’“alignment” dell’AI, pubblicano paper sull’etica dei modelli, istituiscono advisory board filosofici. Tutto legittimo. Ma il rischio è che l’etica diventi una performance, un rituale pubblico che accompagna – senza intralciarla – la costruzione dell’infrastruttura.
La storia insegna che i grandi mutamenti nei rapporti di potere non sono stati determinati da dibattiti morali, ma da conflitti materiali. La schiavitù transatlantica non fu abolita per consenso etico, ma per rivolte, guerre e trasformazioni economiche. I diritti del lavoro non nacquero nei seminari, ma negli scioperi. L’etica arriva spesso dopo, a narrare ciò che è già stato imposto dai rapporti di forza.
Eppure, il processo non è lineare. Anche nei contesti di sorveglianza totale emergono forme di adattamento. Comunicazioni informali, movimenti imprevedibili, sottrazione ai sensori. È una dialettica aspra tra potere computazionale e contropotere tattico. Il sistema cerca di chiudere il modello; il vivente introduce rumore.
La trasformazione della guerra in ecosistema permanente – una “warlife” dove biologia e algoritmo si ibridano – non è un destino scritto. Ma è una traiettoria visibile. In essa, la sovranità tende a spostarsi dalla deliberazione politica alla logica di ottimizzazione tecnica. Non più decisione, ma esecuzione.
La questione non è se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva. È chi controlla l’infrastruttura e con quali finalità. Se la vita diventa una variabile di un modello predittivo, il contratto sociale si trasforma in contratto computazionale. E a quel punto discutere solo di “miglioramento tecnico” equivale a ignorare la struttura di potere che lo rende possibile.
Gaza, allora, non è soltanto un luogo. È uno specchio anticipatorio. Non racconta solo il presente di un conflitto, ma il possibile futuro di una governance algoritmica della scarsità. E la domanda, più che etica, è politica: chi decide il codice che decide per noi?

* Questo articolo riprende alcune informazioni e riflessioni di Michele Kettmaier
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