G7 di Evian: i leader europei in ginocchio davanti a Trump, ridendo

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Al G7 di Evian, i leader europei si sono prostrati a Trump tra magliette omaggio, colonne sonore pop e risate bilaterali. L’Italia ottiene il diritto di sminare Hormuz. La subalternità come sistema di governo.

Il G7 dei vassalli: leoni in patria, servitori a Ginevra

C’è qualcosa di clinicamente interessante nel vedere i leader europei radunarsi intorno a Donald Trump con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto che il padrone è di buon umore. Il G7 2026, tenutosi a Evian in uno scenario da cartolina, è stato uno spettacolo che ha combinato l’inutilità strutturale del formato — un club di potenze declinanti che si riunisce per fingere di governare il mondo — con una sequenza di sudditanze individuali così sfrontate da risultare quasi ammirevoli nella loro compattezza. Le ginocchiere, come si dice, vanno a ruba.

Macron ha accolto la delegazione americana sulle note di Felicità di Al Bano e Romina Power. Non è una metafora: è accaduto. Mentre qualcuno sceglieva quella colonna sonora, il governo francese stava negoziando dazi e concessioni commerciali con un interlocutore che fino a qualche settimana prima li aveva trattati con il rispetto riservato ai fornitori di servizi in ritardo. Merz  invece ha pensato bene di omaggiare Trump con una maglietta recante il suo nome — un gesto che nella storia della diplomazia occidentale troverà probabilmente un posto di rilievo, da qualche parte tra il tragicomico e l’incomprensibile. Il tutto mentre il G7 come istituzione continua a esprimere, con ogni vertice, la propria progressiva irrilevanza rispetto agli equilibri reali del potere globale.

La leonessa di Garbatella e il numero di avanspettacolo

Il contributo italiano alla cerimonia ha avuto il suo momento culminante nel resoconto dell’incontro bilaterale tra Meloni e Trump. La presidente del Consiglio — quella che nei comizi domestici ruggisce contro Bruxelles con la sicurezza di chi ha già vinto la partita — è rientrata dall’incontro con una dichiarazione memorabile: «È andata benissimo, abbiamo riso e scherzato». Il trionfo è completo. Mentre l’Italia sconta dazi, mentre le politiche commerciali americane penalizzano l’export europeo, mentre Washington ridisegna gli equilibri geopolitici senza consultare nessuno dei presenti al tavolo, la notizia è che si è riso. La sudditanza festosa è un genere a sé: non è capitolazione politica, è intrattenimento. Non si firma una resa, si fa da spalla comica.

Il premio per tanta simpatia e tanta disponibilità è arrivato puntuale: all’Italia è stato concesso di partecipare alle operazioni di sicurezza navale nello Stretto di Hormuz. In pratica, mandare navi militari a sminare e pattugliare una delle rotte marittime più pericolose e geopoliticamente cariche del pianeta, mentre altri decidono i termini dell’accordo Iran-USA e la nuova architettura regionale del Medio Oriente. Il lavoro sporco in cambio di una firmetta sul documento finale insieme a Parigi, Berlino e Londra — l’E3 che di solito tratta l’Italia come un ospite tollerato al tavolo dei grandi, e che stavolta ha eccezionalmente apparecchiato anche il seggiolino.

La sudditanza come sistema di governo

Quello che il G7 2026 ha reso visibile con involontaria chiarezza è la distanza siderale tra la retorica sovranista europea — nei suoi vari dialetti nazionali, da Parigi a Roma a Berlino — e la pratica concreta del potere. I leader che in campagna elettorale costruiscono identità politiche sull’indipendenza, sulla dignità nazionale, sulla resistenza alle imposizioni esterne, si ritrovano poi a competere in cordialità davanti allo stesso interlocutore che li ha colpiti con dazi punitivi e trattati con sufficienza sistematica. Non è ipocrisia nel senso banale: è la logica di un sistema in cui la sovranità è un prodotto per il consumo interno e la subalternità è la prassi nei rapporti reali.

Nel frattempo, fuori dalla bolla di Evian, il mondo continua a ridisegnarsi. L’accordo Iran-USA sta già cambiando gli equilibri del Medio Oriente senza che nessuno dei presenti al vertice abbia avuto un ruolo negoziale rilevante. Il riarmo europeo procede per inerzia e pressione esterna, non per scelta strategica autonoma. La crisi ucraina resta irrisolta. I Caraibi bruciano. E i leader del G7 erano tra di loro a ridere e scherzare. Come i festanti nobili alla corte del principe Prospero, rinchiusi nella loro fortezza doreta, incuranti della pestilenza fuori le mura,  mentre la maschera della morte rossa era già dentro, mescolata a loro. La lezione di E.A. Poe resta universale.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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