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La vittoria di Nawrocki in Polonia segna una sconfitta per l’UE: il nuovo presidente, sostenuto da populisti anti-Bruxelles, apre a una coabitazione difficile con Tusk e frena l’integrazione europea. Una Polonia divisa boccia l’establishment con un voto sovranista.
Elezioni in Polonia, vince Karol Nawrocki
Le recenti elezioni presidenziali in Polonia si sono concluse con la vittoria, per un margine risicatissimo, di Karol Nawrocki. Un risultato che, più che fotografare un Paese spaccato in due, evidenzia una sconfitta politica bruciante per l’Unione Europea e per il suo progetto di integrazione politica e istituzionale.
Nawrocki, espressione del blocco conservatore e vicino a figure come Donald Trump, ha prevalso sul candidato centrista Rafal Trzaskowski, sostenuto da Donald Tusk e di fatto dal vertice dell’UE, Ursula von der Leyen in primis.
A rendere più amara la sconfitta è il profilo del vincitore: Nawrocki ha ottenuto il successo grazie all’apparentamento con Slavomir Mentzen, leader populista anti-Ue e anti-sistema, che ha imposto una piattaforma programmatica rigidamente sovranista, rifiutando ogni ulteriore trasferimento di sovranità verso Bruxelles e ogni apertura all’ingresso dell’Ucraina nella NATO. Il patto tra Nawrocki e Mentzen rappresenta un chiaro manifesto di discontinuità con l’establishment europeo. E la sua accettazione integrale da parte del nuovo presidente segna uno spartiacque.
Coabitazione e paralisi istituzionale
Le elezioni presidenziali polacche hanno così prodotto una coabitazione istituzionale complessa: da una parte, Donald Tusk, leader del governo e della coalizione europeista; dall’altra, Nawrocki, un presidente dotato di ampi poteri di veto. Un contesto che rischia di paralizzare l’azione esecutiva e di rendere impossibile ogni riforma in linea con le agende di Bruxelles. Tusk, già presidente del Consiglio europeo, è ora una sorta di “anatra zoppa” – secondo la definizione americana – destinata a scontrarsi costantemente con un capo dello Stato ostile.
A livello geopolitico, la vittoria di Nawrocki mina i progetti di rafforzamento dell’integrazione europea e rilancia una visione multipolare che guarda a Washington piuttosto che a Berlino o Parigi. Il presidente eletto ha già firmato un documento che rifiuta la ratifica di ogni trattato che limiti il potere di veto nazionale, che imponga il passaggio all’euro o che favorisca l’allargamento della NATO a Kiev. Non è un ritorno al Patto di Varsavia, sia chiaro: la Russia rimane per i polacchi un nemico storico. Ma è l’idea di una UE percepita come burocratica, autoritaria e lontana dalla realtà che perde oggi legittimità.
Una spaccatura profonda nella società polacca
La divisione tra città e campagne, tra le élite urbane e i piccoli centri rurali, ha avuto un peso decisivo. Nawrocki ha dominato nel voto agricolo, nelle province, intercettando un malessere profondo fatto di insofferenza verso i diktat europei, la retorica liberal e le promesse non mantenute. L’UE, dal canto suo, ha preferito puntare su un candidato associato a quella tecnocrazia che in molti, in Polonia come altrove, identificano con l’arroganza e la distanza delle istituzioni continentali.
In definitiva, questa consultazione presidenziale assume un significato più ampio: non è stata soltanto una sfida tra due modelli politici interni, ma un referendum implicito sull’Unione Europea stessa. E il verdetto – per quanto risicato – rappresenta una bocciatura. Non del sogno europeo in sé, ma del modo in cui viene portato avanti. Chi oggi, a Bruxelles, liquida tutto con l’etichetta di “deriva populista”, dimostra di non voler comprendere. Ma senza ascolto e autocritica, la crisi di legittimità rischia di estendersi ad altri Stati membri.

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