Dopo Vilnius: cinismo Nato e Ucraina ormai condannata

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Al di la della propaganda, il dopo Vilnius certifica la ricerca da parte della Nato di una exit strategy che limiti il più possibile le conseguenze di uno dei più grandi errori strategici della storia moderna, con l’Ucraina condannata a una lenta agonia.

Cinismo Nato e Ucraina ormai condannata

La realtà sta presentando il conto, com’era prevedibile, nonostante la cortina fumogena di una propaganda mediatica mai così onnipresente e capillare come quella che abbiamo visto in questi oltre 500 giorni di conflitto in Ucraina. Le cose stanno andando come molti osservatori avevano provato a mettere in rilievo, subito tacciati di “putinismo”, con questa formula grottesca con cui si è voluto silenziare qualsiasi argomentazione che andasse ad attaccare la narrativa ufficiale impostata su poche parole chiave: aggredito e aggressore – equiparazione tra Hitler e Putin – e tra resistenza ucraina e partigiani – Russia isolata – esercito russo armata brancaleone.

Ma anche il velo propagandistico comincia a mostrare le prime crepe e così, al netto degli annunci sempre meno roboanti e muscolari e di marginali sostegni dei paesi del G7 in merito a ipotetiche garanzie di sicurezza a protezione dell’Ucraina, arrivati al bivio, il vertice di Vilnius ha certificato che l’Ucraina non entrerà nella Nato. La formula politichese è stata attrezzata con cura parlando di “condizione da creare”. Che vuol dire domani come mai.

Una decisione obbligata per le cancellerie occidentali, ma ferale per il governo di Kiev, che nonostante i tentativi di edulcorare la pillola, nelle prime reazioni scomposte ha manifestato la propria reale delusione, e appare oggi condannato ad una lenta agonia.

I leader occidentali stanno cercando di individuare una exit strategy che limiti il più possibile le conseguenze di quello che si può definire uno dei più grandi errori strategici della storia moderna.

Alla base della decisione la cronaca di questi mesi che ha riportato tutti alla realtà, e cioè non solo la deterrenza nucleare o la probabile spaccatura delle cancellerie europee, che alla prova dei fatti esiterebbero nell’applicare il cosiddetto Art.5,ma soprattutto problemi logistici, strategici, produttivi, strutturali che determinerebbero una capacità di manovra insufficiente da parte della Nato a contrastare sul campo la Russia, questa volta, in modalità di massimo potenziale offensivo.

L’Occidente non ha più equipaggiamenti pesanti da inviare, e non sembra credibile che le potenze occidentali si disarmino completamente togliendo gran parte della loro capacità operativa dalle proprie unità in prima linea e inviandola in Ucraina, per essere distrutta proprio come lo sono attualmente gli equipaggiamenti occidentali avanzati.

Arriverà presto il momento in cui il numero e la capacità delle forze ucraine, la loro densità, se così si può dire, diminuiranno al punto da non poter più tenere una linea continua. Si noti che non si tratta solo di numeri. La guerra moderna è spaventosamente complessa e un elemento dipende da molti altri per funzionare correttamente.

Possiamo vedere i risultati per gli ucraini, che hanno perso le loro capacità aeree ed elicotteristiche qualche tempo fa, e ora stanno perdendo costantemente ciò che resta dellapropaganda loro capacità di artiglieria.

Ma questi problemi non sono il risultato di qualcosa d’imprevisto, erano già stati presi in analisi nel 2016 dal controverso think tank Rand Corporation e discussi sui media statunitensi e rilanciati in Italia da InsideOver in un articolo dal titolo “Perché in una guerra con la Nato la Russia vincerebbe subito”.

La Rand, elaborando le informazioni derivanti dalle numerose esercitazioni sul suolo europeo, evidenzia l’inadeguatezza dell’intero comparto infrastrutturale del Vecchio Continente nel facilitare il rapido movimento di truppe e mezzi, una fragilità logistica interna aggravata da una naturale vulnerabilità delle rotte aeree/marittime di raccordo tra gli USA e gli alleati, indispensabili a far arrivare equipaggiamenti in Europa.

I problemi logistici sarebbero mitigati solo in parte dall’industria della difesa europea che, ad oggi, impiegando una forza lavoro d’insieme di circa 450000 unità, non sarebbe in condizione di sopperire alle richieste di un conflitto di tale portata che, come si é visto sul fronte ucraino, non necessità di costose armi high tech, utili soprattutto a fare profitto.

Il problema produttivo si aggrava ulteriormente a causa di una mancanza di materie prime rispetto al blocco euroasiatico ed a una scarsa disponibilità europea di fonti energetiche proprie, i cui aumenti di prezzo, dati dalla necessità, farebbero implodere i bilanci delle economie occidentali già alle prese con le crisi dei debiti sovrani.

Tutti i parametri presi in esame dalla Rand si riscontrano, in misura più contenuta, nel
conflitto in Ucraina, dove le forniture di equipaggiamenti impiegano tempi molto lunghi prima di arrivare sul terreno per poi risultare insufficienti. Gli investimenti per colmare questo gap sarebbero enormi ed i tempi di realizzazione molto lunghi.

Seguendo questa logica l’ovest sta combattendo una guerra(sulla pelle degli ucraini)persa già all’origine, non tanto per superiorità dell’avversario, ma per una impreparazione strutturale sottovalutata dall’establishment, europeo in primis che, in nome dell’atlantismo, ha totalmente sacrificato l’interesse collettivo.

La decisione di Biden a Vilnius, quindi, rispecchia una logica cinica, calcolata, plasmata tutta sull’interesse statunitense, che comunque raggiunge obiettivi tangibili. L’Ucraina e l’UE condividono il destino: depredate, pedine di un gioco al confronto tra superpotenze dominanti, futuro oggetto di spartizione, svuotate di sovranità, utili a generare profitto in caso di vittoria o divenire merce di scambio in caso di sconfitta dell’imperialismo statunitense, quasi come un paese mediorientale qualsiasi.

* Articolo di A.Marquez che include un estratto da un thread di Colonnello Kurtz

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