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La riduzione delle città italiane a “sagre permanenti”, dominate dal consumo e dall’enogastronomia, con amministratori trasformati in semplici promoter commerciali. Da Zangheri a Lepore, dalle Coop a Farinetti, la sinistra liberal ha accompagnato questo declino rendendo i nuovi leader invotabili.
Gli invotabili
– Fausto Anderlini*
Da quando vado in giro come un coolie ho potuto constatare, a passo radente, il desolante e abominevole spettacolo. I portici e ogni spazio utile, piazze e piazzette in primis, trasformati in un coperto imbandito: una vera e propria barriera architettonica che impedisce sinanco di deambulare, per un’orgiastica massa di mangioni a cazzo di cane.
Orde di zebeoti turistici, giovani gaudenti che spritzano, apericenanti e addentatori di commestibili d’ogni genere, esotici o a chilometro zero, seriali o biologici. Mercatoni e mercatini, sempre a prezzi da capogiro, tanto da far pensare a una borghesia benestante e digerente di inusitate proporzioni. Ogni evento ha il proprio cuore commerciale nell’enogastronomia. Concedendo l’intero plesso delle piazze centrali a Coldiretti si è toccato l’apice di questo degrado.
Una dismisura fisica tale da annichilire ogni altro uso. Un’ingombrante blasfemia, irrispettosa persino del sacrario. La città-sagra in servizio permanente effettivo è divenuta la quintessenza della post-modernità, e la cultura un pretesto per somministrare derrate a una massa vociante di consumatori “mordi e paga”.
È la nuova annona panem et circenses, una volgare sequela senza più alcuna funzionalità collettiva o sacra riproduzione simbolica, alla quale le amministrazioni sono ormai a esclusivo servizio. Il passaggio al secondo libro del Capitale, ovvero al capitale circolante: quello deperibile e sempre rinnovantesi, come digestione organica D–M–D’, complemento necessario dell’accumulo di capitale fisso, infrastrutturale e immobiliare.
Che idea di città ha in mente Lepore e quelli come lui? Semplice: la città “europea”, cioè una città che si differenzia solo in quanto sopravanza le altre replicando lo stesso modello. Quello sopra descritto. Città aperta, affluente, inclusiva, smart, tecnologica ed enogastronomica. Una tautologia ormai stantia che già batteva in testa vent’anni or sono.
Mai la politica urbana è stata così miserevole: un regresso dalla città industriale e della democrazia di massa — nomenclatura delle classi — a quella meramente commerciale e pulviscolare. Per quanto i sindaci, piccoli monocrati con piccolo seguito, ancora di fresco arringati dal ventriloquo quirinalizio, si diano pose eroiche, essi non sono altro che welcome manager, tutti uguali. Se per un certo periodo Bologna aveva lasciato intravedere una diversa transizione post-moderna, centrata su welfare, manifattura e partecipazione civica, ora si è infine allineata a Firenze, Venezia e ad altre cartoline commerciali. Con la prosopopea dello Studio come unica variante della mercatura.
L’ultimo sindaco socialista, cioè animato da un’idea forte e socialmente determinata della città, fu Zangheri. Dopo di lui — emulo dei due grandi ed unici predecessori, Zanardi, il Sindaco del pane, ovvero dell’annona sociale, e Dozza, l’eroe della ricostruzione — il diluvio. Già Imbeni, che pure danni non fece, inclinava a un vago ambientalismo post-materialista; ma da Vitali in poi, sino a Lepore, passando per Merola — tralasciando le parentesi occasionali di Guazzaloca e Cofferati — si è dipanato un continuum di welcome manager vieppiù specializzati. Venditori.
Solo qualche mese fa si è tenuto all’Archiginnasio un convegno commemorativo su Zangheri e la sua città socialista: l’egemonia operaia, il partito principe, i servizi sociali e la devalorizzazione del capitale e della rendita fondiaria. Non fu neanche il ’77 a decretare la fine del modello, e neppure lo stragismo nero. Piuttosto, la sentenza della Corte costituzionale che impedì l’esproprio dei terreni a prezzo agricolo, restituendo alla rendita il maltolto sociale. Ma Lepore neanche si è affacciato.
Inutile, tuttavia, attribuire la colpa di questa marcusiana “amministrazione a una dimensione” a un unico soggetto. Con metà dell’elettorato fuori gioco, nessun aspirante alla carica di primo cittadino può evitare di mettersi al servizio — se vuole conservare il posto — delle convergenze di interesse che fanno da volano all’unico modello di crescita di questa Europa decadente del rentier: investimenti infrastrutturali, capitale immobiliare, sistema ricettivo-commerciale e apparati culturali consumeristici coi loro clienti.
Il tessuto di capitale sociale — specie delle grandi entità economico-associative intermedie, come le coop — è ormai degradato da vanto a parodia dozzinale dell’enogastronomia. Le Coop e l’amministrazione (da Merola a Lepore) si sono fatte infinocchiare da quel pataccaro renziano di Farinetti, col quale avevano già escogitato una libreria associata alla vendita di presuntuosi panini al salame spacciati come nouvelle cuisine.
Il sogno di prendersi una grande banca nazionale si è infine dissolto nelle brume del CAB con quell’idiozia sesquipedale che è Fico. Se oggi, assieme ai sodali della CNA — un tempo gloriosa confraternita degli artigiani comunisti — fanno un convegno sull’Europa, non è per segnalare il drammatico fallimento, ma per farne l’apologia. Infatti chiamano ad aprire i lavori quella penna guerrafondaia del Corriere che è Fubini. Ormai sono nella stessa famiglia.
Larga parte di queste trasformazioni, delle quali possiamo osservare gli abominevoli frutti, è stata incubata dalla sinistra — sia quella istituzionale riformista che quella radicale post-materialista — in via diretta o come effetto perverso e inintenzionale. Almeno dal momento in cui ha abdicato a un’analisi classista della società per avvitarsi sul sentiero di una promettente democrazia civica, costellata di “valori” e buone “amenità”. Io stesso mi metto nel mazzo, e ancora mi dolgo e mi pento.
Ma non è per questo che toglierei il consenso a questi sommelier della politica. Neppure quando vedo Bonaccini vendere in Europa, con lo zelo di una Vanna Marchi, le leccornie della filiera agricola regionale. Ci sono expertise, come spesso ricorda Bersani — tra una metafora bucolico-surreale e l’altra — che ancora valgono un vantaggio comparato rispetto alla destra. Le stesse cose, ma che la sinistra sa fare meglio.
È piuttosto quando vedo Lepore acconciarsi alla Picierno nella caccia russofobica che trasecolo. Quando vedo Merola (poveretto, e senza neppure abbandonarsi ai suoi noti singulti emozionali) celebrare, davanti a una sparuta pattuglia di transfughi ucraini, la levata in armi contro l’autocrazia russa.
Quando vedo De Pascale che vuol levare muri contro i migranti sanitari, a metà fra Trump e Fontana. Quando vedo una segretaria, la Schlein, inneggiare spudoratamente alla nouvelle vague di Mamdani con la stessa lena dedicata a suo tempo a Kamala, ma guardarsi bene dal censurare almeno una volta la Picierno e tutta la combriccola di quel gruppo europeo che tanto ama farsi i cazzi propri. Ecco: è quando osservo tutto questo che mi convinco che costoro sono invotabili.
De Luca sarà anche un cacicco, aduso a ogni mercimonio di potere, ma almeno sui fondamentali della politica estera conserva la dignità che già fu dei comunisti e dei meglio social-democristiani. Averne uno, un De Luca, invece che un Lepore. Se nel tran tran del welcome manager sono meglio della destra, sulle issues inscritte nella memoria internazionale della città sono decisamente peggio.
Giunti a questo punto, e a questa età, non chiedo poi molto di più che la decenza ideologica, sia pure come falsa coscienza. Invotabili.

* Grazie a Fausto Anderlini
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