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Alla Commissione esteri del Parlamento europeo, il voto contrario dei 5 Stelle all’ingresso accelerato dell’Ucraina nell’UE conferma la loro natura anti-establishment. Tuttavia, l’alleanza con il Pd impedirebbe la nascita di un vero blocco d’opposizione sociale e politico capace di sfidare l’assetto della Seconda Repubblica.
Il passo in avanti che manca ai 5Stelle
Nella giornata di ieri è apparsa la strada che potrebbe condurre a una parziale, ma fondamentale, liberazione del Paese. Nella Commissione esteri del Parlamento europeo si votava il percorso preferenziale per l’Ucraina nell’Unione Europea, tanto per ribadire i sogni di guerra del totalitarismo liberale.
Da quel contesto di perdurante follia bellicista si sono sganciati i 5Stelle che, comprensibilmente, hanno votato No. A differenza del Partito democratico che, seppur depurato dalle spine più reazionarie, resta comunque l’architrave del regime condensato nella Seconda Repubblica e nel predominio istituzionale del Quirinale.
I 5Stelle dimostrano di essere un’anomalia del sistema, una deviazione dall’ammaestramento della vita politica preteso dalla logica di mercato, che oggi contempla anche la guerra imperiale dell’Occidente contro tutti i paesi non allineati. Ma, inspiegabilmente, persistono nel presentarsi come un’anomalia monca poiché continuano a preferire un’alleanza agonistica, e mortifera, con il Pd rispetto alla costruzione di un grande blocco di opposizione.
L’intera struttura di comando della Seconda Repubblica, guidata in primis dal Presidente della Repubblica, ha, in questi anni, provato ad accerchiare i 5Stelle perché fossero incorporati nell’amalgama indifferenziato dell’offerta politica liberale.
Non è un caso che dall’exploit del 32% alle elezioni del 2018 i pantastellati abbiano perso, a causa del vampirismo democratico, circa la metà dei consensi. Ciò che fu dirompente per le classi popolari, che in quel caso tornarono in massa alle urne, fu la rottura del monopartitismo bipolare della Seconda Repubblica completamente assoggettato ai vincoli esterni della Nato e dell’Unione Europea.
Il reddito di cittadinanza e il Superbonus rappresentarono l’emblema di quella rottura che scatenò l’odio dei partiti europeisti. E rinunciare a rompere il bipolarismo ha prodotto una sostanziale normalizzazione del dissenso che all’interno di una coalizione può essere gestito attraverso l’arma dei ricatti e delle concessioni. Difatti non ci si dovrebbe stupire se a Conte fosse permesso nel prossimo futuro di governare evitando le primarie, a patto che si dimostri fedele nella scelta del prossimo Capo dello Stato e nella rinuncia a inutili eccessi in politica estera.
Al contrario, per rompere l’assedio totalitario del nostro sistema serve una grande forza di opposizione capace di veicolare il conflitto sociale dentro le istituzioni e di riportare le istanze di classe all’interno dell’agenda politica, scavalcando il moralismo risentito e interclassista della società civile. Quello che distrusse la Costituzione dei partiti per una paventata rivoluzione civile.
È certamente vero che il retroterra ideologico dei 5Stelle è risultato anche di quel sentimento piccolo borghese, ma in questi anni, e soprattutto grazie all’opera di Conte, è in parte riuscito a depurarsi da quelle scorie antipolitiche.
Servirebbe dunque un’alleanza tra le forze sociali più avanzate, tra il sindacalismo di base, tra il variegato firmamento del dissenso socialista e marxista e i 5Stelle, per la formazione di un ampio schieramento di opposizione al sistema. Che costringa i partiti liberali a gettare la maschera e ad allearsi in governi tecnici di unità nazionale, così da puntare, quando i tempi saranno maturi e quando la società sarà minimamente ripoliticizzata, causa la perdurante crisi economica, alla conquista dello Stato e non semplicemente al presidio passivo di Palazzo Chigi, in un ambito incastrato tra vincoli di spesa e fedeltà militari che viaggiano verso la guerra.
Difficile comprendere il motivo per cui Conte non prospetti al Paese questo scenario di liberazione, accontentandosi di inserirsi nella mediocrità prospettica del totalitarismo liberale che si autoincensa per un consenso posticcio strutturato su un’altissima percentuale di astensionismo elettorale. Lì dove la Seconda Repubblica ha, surrettiziamente, reintrodotto il voto per censo nel momento in cui il pilota automatico, incarnato oggi dall’Agenda Draghi, ignora scientificamente qualsiasi scenario di democrazia economica. Solo la ripresa del conflitto sociale e politico potrà invertire la rotta e la partecipazione al Campo Largo non può essere una risposta.

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