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Burnham arriva a Downing Street promettendo welfare e giustizia sociale, ma affida il Tesoro a un ex ministro della Difesa dimissionario per “troppo poche armi”. I mercati reagiscono subito facendo salire i rendimenti dei titoli di Stato britannici.
Burnham promette lo Stato sociale e mette un falco della difesa al Tesoro: a chi conviene davvero?
Buckingham Palace ha rilasciato la fotografia di rito: due strette di mano, un sorriso di circostanza, il rituale del “kissing hands” che consegna ufficialmente le chiavi di Downing Street ad Andy Burnham. Keir Starmer se n’è andato con la solita retorica del dovere compiuto, parlando di un Paese “più forte ed equo” di due anni fa. Peccato che a giudicare dal modo frettoloso con cui il suo stesso partito lo abbia scaricato, quell’equità e quella forza non fossero poi così evidenti a chi doveva votarle. L’ex sindaco della Grande Manchester, arrivato al vertice dopo mesi da “leader in pectore”, eredita ora un Paese in cui l’ideologia laburista tradizionale sembra essersi ridotta a slogan di facciata da tirare fuori nei momenti di panico elettorale.
Il conto salato dell’avanzata di Farage
Perché di panico, in fondo, si tratta. Le elezioni locali degli ultimi mesi hanno restituito ai laburisti un quadro impietoso: emorragia di consenso, blocchi elettorali interi che migrano verso le liste di Nigel Farage, e un Reform UK che si è preso il lusso di trasformarsi da fenomeno di protesta in vera minaccia strutturale.
Di fronte a questa fotografia, la dirigenza del partito ha scelto la via più rapida e meno elegante: silurare la leadership in carica, invece di interrogarsi sul merito delle politiche sociali che quella stessa leadership aveva messo in campo. Il verdetto sembra essere questo: non cambiamo la rotta, cambiamo il timoniere, sperando che basti a placare l’elettorato inquieto. Una scommessa tutt’altro che scontata, considerando che l’antisistema, quando diventa identità politica condivisa, raramente si accontenta di un volto nuovo alla guida del solito impianto.
Burnham arriva con la reputazione di tecnico della spesa pubblica, uomo di lungo corso nella gestione dei trasferimenti statali durante gli anni a Manchester, e teorico dichiarato di un rilancio dello Stato sociale. Le aspettative, di conseguenza, sono tutte spostate a sinistra sulla bussola fiscale britannica. Salvo poi scoprire, nel giro di ventiquattr’ore, che la squadra scelta per tradurre quella visione in pratica racconta una storia decisamente più sfumata.
Il paradosso del guerrafondaio alle finanze pubbliche
La sorpresa, quella vera, arriva con la nomina alla Cancelleria dello Scacchiere: non Shabana Mahmood, non Ed Miliband, i due nomi che Westminster dava per favoriti, ma John Healey. Lo stesso Healey che, appena un mese fa, aveva sbattuto la porta del ministero della Difesa proprio per protestare contro quello che riteneva un sottofinanziamento cronico del comparto militare. Ora è lui a tenere i cordoni della borsa dell’intero Paese. Il che apre una domanda che meriterebbe più di un titolo di giornale: quanto pesa, nella nuova aritmetica di potere a Downing Street, l’aver promesso a un settore industriale specifico un posto in prima fila al tavolo delle decisioni?
Miliband lascia l’Energia per approdare agli Esteri, subentrando a Yvette Cooper, spostata alla Salute. Mahmood resta agli Interni. Ma il vero bagno di sangue politico riguarda i fedelissimi di Starmer: fuori David Lammy, fuori Rachel Reeves, fuori Steve Reed e Peter Kyle. Un repulisti che, più che un rinnovamento, somiglia a una resa dei conti interna condotta con la freddezza di chi sa esattamente chi ringraziare e chi punire. Angela Rayner rientra alla guida dell’Edilizia abitativa, Wes Streeting passa alla Difesa, Louise Haigh diventa First Secretary of State: la macchina di governo si ricompone attorno a un nucleo di fedelissimi del nuovo premier, non attorno a un programma condiviso e discusso pubblicamente.
I mercati, dal canto loro, non hanno perso tempo a esprimere il proprio verdetto. Bastate poche parole di Burnham sull’intenzione di sfruttare “ogni margine di flessibilità” consentito dalle regole fiscali ereditate da Reeves per far salire il rendimento del decennale britannico di quasi nove punti base, oltre il 5%, già il più alto tra le economie del G7, con la sterlina in flessione. Un avvertimento neanche troppo velato: la retorica sul rilancio del welfare piace agli elettori, molto meno a chi deve finanziare il debito pubblico britannico.
Trump, dal canto suo, ha commentato con la consueta sobrietà telegrafica, promettendo che sotto Burnham si aprirà finalmente ai trivellamenti nel Mare del Nord: la stessa persona che, poche settimane prima, ammetteva candidamente di sapere ben poco del “sindaco di una cittadina” oggi arrivato a Downing Street.

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