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mercoledì 28 Luglio 2021
PolisBlack lives matter all'italiana: la rivolta in poltrona

Black lives matter all’italiana: la rivolta in poltrona

Black lives matter urla al mondo la rivolta nelle strade americane mentre l’Italia del tifiamo rivolta sta in poltrona, cercando di riprendere la propria vita in questo delicato passaggio post-epidemico.

Black lives matter Italia

Minneapolis brucia durante le manifestazioni capeggiate da Black lives matter e Antifa.

Su Washington e New York aleggia il coprifuoco mentre masse di rivoltosi fanno razzie tra i negozi presi d’assalto.

É una crasi tra il futuro cine-fumettistico di John Carpenter con il suo Snake Plissken tra le strade devastate dell’ ormai passato 1997, e la rivolta nichilista che concludeva il Joker di Todd Phillips.

black lives matter

Più modestamente alle nostre latitudini bisogna accontentarsi dei selfie in mascherina tricolore in piazza del Popolo, o degli accoliti dell’ex generale Pappalardo in parata a Milano.

Li abbiamo visti con i gilet arancioni, armati di megafono, ammonirci sui pericoli del mercurio iniettato in vena per  un maxi complotto ordito da Bill Gates con la complicità di Conte, l’OMS e forse anche dei Klingon. Di questi ultimi non siamo del tutto sicuri.

Con questi presupposti, come dar torto al buon vecchio Mario Monicelli quando disse che il problema principale italiano era quello di non aver mai avuto una vera rivoluzione?

 

Siamo tutti figli di qualche rivoluzione mancata quindi mettiamoci comodi in poltrona, colleghiamoci a internet, perché ora parliamo di rivolta.

Da i gelsomini a Il Cairo 

C’è stato un momento in cui siamo stati tutti tunisini, lo ricordate?

Era il 2011 e dal Maghreb ci arrivavano le immagini della “Rivoluzione dei gelsomini”, un nome anche gentile per quella che doveva essere una sommossa pacifica (che ossimoro!).

Cominciata col suicidio di Mohamed Bouazizi, un giovane ambulante che si era dato fuoco per protestare contro il sequestro della propria merce da parte delle autorità, e finita con la fuga del Rais Ben Ali.

Subito dopo siamo stati tutti egiziani con quel movimento popolare che ha cacciato Mubarak per poi ritrovarsi dalla padella nella brace sotto quella brava persona che è Abdel Fattah al-Sisi.

Da piazza Taksim a Black lives matter

Si è passati poi a piazza Taksim a Istanbul, dove si moriva contro Erdogan, come si è continuato a morire in tante parti del mondo, nel nome della democrazia e della libertà.

Oggi è il turno degli Stati Uniti, dove periodicamente si riaccende lo scontro che, partendo dalla mai sopita questione razziale, con l’omicidio brutale di George Floyd a fare da detonatore, riguarda più generalmente un sistema che sotto gli slogan dell’american style of life nasconde diseguaglianze e violenze impressionanti.

Sono i giorni di Minneapolis in fiamme, di New York e Washington prese d’assalto dai manifestanti. Delle ire di Trump e dei pugni alzati del Black lives Matter e degli Antifa.

black lives matter

La rivolta corre sul web

La rivolta è americana ma non è solo di quei luoghi, ma in un afflato ideale, per il diritto in sé  di tutti gli uomini a goderne, quindi, anche per noi.

E così la solidarietà rivoluzionaria corre sul filo dei social network e invade il nostro paese: siamo tutti noi, gli esclusi che urlano.

Ci sono le immagini dei manifestanti feriti o con il viso bagnato di latte per placare gli effetti dei gas lacrimogeni, altri vengono tenuti a terra dalla polizia, altri ancora sollevano il pugno – simbolo delle lotte civili dei neri – sullo sfondo di vetrine in frantumi o edifici incendiati.

Siamo tutti black ma il sangue è il loro.

Qui entriamo in uno strano spazio, quello della comunità medio-riflessiva virtuale.

In questo spazio, da anni, passando dai blog a Facebook, c’è uno strano cortocircuito in cui si finisce per solidarizzare epidermicamente per l’idea di rivolta in sé, per l’energia iconoclasta che genera l’atto, anche se le motivazioni sono spesso opposte e in contrasto con la stessa idea di chi la sostiene.

Il nemico pubblico

Facciamo un passo indietro: c’è un tratto comune che contraddistingue l’immaginario pubblico occidentale, quello della paura.

Del nemico alle porte. Dentro. Sembra che del nemico non si possa fare a meno.

È un icona pervasiva e potente che minaccia continuamente l’invasione del nostro territorio: della casa, del paese, addirittura dell’identità.

Un nemico qualche volta reale, più spesso immaginato, costruito in gran parte dalle leve potenti dell’industria culturale: in passato il pericolo comunista, inoculato poi nell’extraterrestre, nel mostruoso. L’alieno di Ridley Scott.

Dall’inizio degli anni Novanta i tratti del nemico dell’Occidente cambiano.

Arrivano i kamikaze

La sua rappresentazione passa attraverso la costruzione mediale offrendo al consumo dello sguardo: la guerra del Golfo, il terrorismo e, come uno spartiacque potente, l’attentato alle Twin Towers.

Grazie ai media il risultato ottenuto è quello di problematizzare, nella vita quotidiana, molti di quei luoghi comuni e abitudini incentrate sulla presenza di un nemico.

Il nemico quindi, l’alieno che genera insicurezza nel quotidiano e nello stesso tempo del quale abbiamo bisogno, iscritto già in ognuno di noi.

Le sue sembianze ambigue, sfuggenti, i tratti di un’entità che è presente e assente, visibile e invisibile, minaccia col terrore prima che con la morte e la distruzione.

Attraverso il suo riconoscimento però ci consente di controllarlo, rassicurando un po’ tutti.

Ci sono parole per controllare queste paure. Parole comuni come “extracomunitario”, “clandestino”, “terrorismo”, “complotto”, “poteri forti”, che istantaneamente costruiscono distanze e barriere.

Fino allo spazio per indagare i tratti ignoti del nemico per eccellenza che è stato all’inizio del nuovo millennio il kamikaze.

Il suicida-bombarolo è Hegel allo stato puro. L’idea di scatenare le masse con attentati clamorosi è invece roba da anarchici o socialisti pre-leninisti.

Siamo all’harakiri culturale. Dunque che fare?

Tifiamo rivolta

Tornando all’oggi, con un salto vorticoso, la nostra comunità virtuale medio-riflessiva, affascinata dal grido tifiamo rivolta (Lindo Ferretti docet) se ne sta in poltrona, cercando di riprendere la propria vita in questo passaggio post-epidemico dalla fase 2 alla fase chissà cosa.

Guarda le immagini provenienti dagli Usa che passano su Facebook e mette i “mi piace” eufemistici sotto i video della aggressioni delle forze dell’ordine: I can’t breathe è il sospiro di tutti.

Siamo chiusi in casa, elaboriamo pensieri al riguardo.

Faremo la nostra diretta social per esprimere vicinanza, firmeremo qualche petizione online, condivideremo in qualche gruppo gli articoli più feroci sull’argomento, ci fotograferemo con cartelli in mano peace-justice-black lives matter, come fossimo dei David Lynch ma senza l’estro del meteo.

I cant’breathe

Ma dopo, probabilmente, spegneremo il pc, guarderemo un film su Amazon Prime, qualcuno farà l’aperitivo, con la mascherina e a distanza di almeno un metro e mezzo dal tavolo più vicino, mangerà con gli amici di sempre, parlerà di quello che sta accadendo, con molto trasporto.

Ma non chiamiamola militanza, rivoluzione.

È solo il nostro essere come siamo sempre stati, all’ennesima potenza, noi in mezzo agli altri, piccoli ego in cerca di moltitudine per esistere e sostenersi.

È la soglia minima di civiltà richiesta a cui non possiamo sottrarci.

La rivoluzione è un altra cosa: vuole il sangue, possibilmente giovane, quello che non abbiamo più, e non in senso anagrafico.

La rivoluzione lasciamola a chi se la merita e se l’è guadagnata.

 


Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014).

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