Arabia Saudita–USA: Bin Salman apre canali mentre l’Occidente corre a sabotare ogni dialogo

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La visita di bin Salman negli USA rivela un nuovo equilibrio geopolitico: Washington ignora i veti israeliani, Riyad si propone come mediatore tra USA e Iran e chiede un intervento nel conflitto sudanese. Una diplomazia parallela che ridisegna il Medio Oriente.

Trump, Riad e la nuova geometria del potere mediorientale

La missione di Mohammed bin Salman negli Stati Uniti ha offerto uno spaccato rivelatore delle trasformazioni in corso dentro e oltre il Medio Oriente. La stampa internazionale si è concentrata soprattutto sui progetti miliardari di sviluppo energetico presentati dal principe ereditario saudita, e sulla volontà di consolidare il controllo sulle filiere petrolifere globali.

Ma dietro lo scintillio dei numeri si è mosso un processo più articolato, che riguarda la ridefinizione degli equilibri strategici tra Washington, Riyad, Teheran e persino Tel Aviv.

Donald Trump, padrone di casa e abile orchestratore di messaggi destinati a più destinatari, ha celebrato la visita con la consueta enfasi trionfale. Una messa in scena utile a segnalare la continuità dell’asse con i sauditi, soprattutto dopo l’attacco israeliano al Qatar che ha generato allarme in tutta la regione.

In parallelo, la firma di un accordo di sicurezza con l’Arabia Saudita rilancia il ruolo di Riad come partner politico e militare, mentre l’ex presidente promette protezione e stabilità.

Tuttavia, l’elemento decisivo della missione non riguarda né le centrali energetiche né la proiezione di potenza saudita, bensì la capacità di bin Salman di inserirsi in una partita diplomatica che supera il quadro tradizionale delle alleanze.

Il leader saudita ha consegnato a Trump un messaggio riservato proveniente dal presidente iraniano Massoud Pezeshkian: un gesto che contraddice anni di conflittualità e avvicina Riyad al ruolo di possibile mediatore tra Stati Uniti e Iran.

L’asse saudita come ponte tra Washington e Teheran

La pressione israeliana non ha impedito agli Stati Uniti di compiere un passo significativo: autorizzare la vendita degli F-35 all’Arabia Saudita, superando il veto di Tel Aviv, che da tempo difende il proprio predominio aereo in Medio Oriente.

Gli analisti israeliani hanno minimizzato l’impatto dell’operazione, ma il malcontento è stato evidente. Più che per l’arma in sé, la frustrazione nasce dal fatto che Washington abbia agito ignorando le obiezioni israeliane – un precedente che ridimensiona il peso decisionale dello Stato ebraico.

Parallelamente, Riyad ha mantenuto una posizione ferma sugli Accordi di Abramo, ribadendo che non firmerà alcuna normalizzazione senza un impegno chiaro e verificabile sulla formazione di uno Stato palestinese. Un’altra frattura esplicita con le richieste di Tel Aviv.

Il punto più sorprendente, però, riguarda il contenuto del messaggio iraniano. Fonti mediatiche vicine al governo di Teheran ipotizzano che bin Salman possa assumere il ruolo di mediatore su un nuovo dossier nucleare tra Iran e Stati Uniti – un’ipotesi che spiegherebbe il tempismo della comunicazione diplomatica.

La notizia è stata ripresa in prima pagina da diversi giornali iraniani moderati, mentre quelli più conservatori hanno preferito ignorarla.

La tempistica non è casuale. Proprio mentre si apriva uno spiraglio negoziale, i Paesi europei garanti dell’accordo sul nucleare e la delegazione statunitense presso l’AIEA – guidata da posizioni nettamente ostili a Teheran – hanno inviato a quest’ultima un ultimatum per consentire nuove ispezioni immediate ai siti atomici.

Una mossa che segue la richiesta all’ONU di reintrodurre le sanzioni sospese ai tempi dell’accordo sottoscritto con l’amministrazione Obama. La reazione iraniana è stata aspra: Teheran ha dichiarato conclusi gli impegni presi al Cairo, accusando gli ispettori dell’Agenzia di aver facilitato operazioni israeliane contro il proprio programma scientifico e contro gli stessi scienziati coinvolti.

Sudan, la guerra dimenticata e la diplomazia parallela

L’ultimo fronte toccato dalla visita riguarda il Sudan, devastato dal conflitto tra le forze governative di Khartoum e i ribelli delle Forze di Supporto Rapido. Bin Salman ha chiesto a Trump di intervenire come mediatore per arginare una guerra che sta generando atrocità sistematiche, come documentato recentemente nella città di El Fasher, teatro di esecuzioni di massa. L’ex presidente ha offerto la propria disponibilità, suggerendo un possibile ruolo americano in una crisi rimasta ai margini dell’agenda internazionale.

La missione del principe saudita negli Stati Uniti non è dunque soltanto una sfilata diplomatica, ma un tentativo di ridisegnare il ruolo di Riyad come attore geopolitico capace di dialogare con superpotenze e rivali regionali. Un segnale che la mappa del potere mediorientale sta mutando, mentre gli equilibri globali diventano sempre più fluidi.

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