L’annientamento del popolo palestinese è cominciato dall’economia

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Le politiche portate avanti da Israele sono volte al totale annientamento del popolo palestinese, al fine di realizzare il sogno del Grande Israele e passano per la disintegrazione del tessuto economico degli abitanti di Gaza e Cisgiordania.

L’annientamento economico del popolo palestinese

Di Federico Giusti*

Uno degli strumenti più efficaci per ridurre alla fame e all’impotenza il popolo palestinese è rappresentato dalla rappresaglia economica.

Anni di colonialismo (va definito con il proprio nome) hanno espulso dalle loro terre milioni di palestinesi costringendoli a trovare rifugio nei campi profughi dislocati nei paesi confinanti dove vivono in prevalenza con aiuti umanitari internazionali, paesi confinanti oggi alle prese con una crisi economica e sociale senza precedenti.

L’espropriazione delle terre palestinesi e l’espulsione della popolazione autoctona ha dato vita al colonialismo di insediamento come forma specifica di dominio, questo argomento non ha trovato spazio di approfondimento in un paese come l’Italia che mai ha fatto i propri conti con quel passato coloniale che ancora oggi stenta a trovare adeguato spazio nei libri scolastici e nell’immaginario collettivo.

Dal 1948 ad oggi il colonialismo di insediamento alimentato e costruito a tavolino da Usa e Israele, nel silenzio assenso della stessa Ue, ha portato i coloni ebraici a sostituire la società dei nativi non prima di averli cacciati dalle loro terre con guerre, continue incursioni, espropriazione dei beni materiali. Milioni di palestinesi sono stati cacciati dalla loro terra, dalle loro case (oggi abitate da coloni) e risultano privi della cittadinanza che viene invece riconosciuta arbitrariamente a chi arriva da terre lontane.

Siamo davanti a un fenomeno definito colonialismo da insediamento pensato fin dalla fine della seconda guerra mondiale come soluzione per la costruzione del Grande Israele, le politiche coloniali sono state favorite e promosse da multinazionali, lobby di potere e dai paesi egemoni in termini economici e militari.

Migliaia di lavoratori palestinesi lavoravano fino a pochi mesi fa in Israele, erano lavoratori mal pagati e sovente senza reali diritti, bastava vedersi rifiutare il visto di ingresso per perdere quella occupazione e trovarsi senza fonte di sostentamento alcuna.

In questi giorni sono stati bombardati convogli umanitari e di ambulanze, ospedali e scuole, video diffusi dalle televisioni arabe e palestinesi mostrano decine di morti lungo le vie di fuga da Gaza.

Ci sono 18 mila palestinesi ai quali sarà negato nei prossimi mesi l’accesso per motivi di lavoro in Israele, per anni la manovalanza a basso costo palestinese è stata determinante per il funzionamento dell’economia israeliana, da tempo viene invece rimpiazzata con altra forza lavoro sfruttata proveniente dall’Asia e in questo modo si raggiungono due obiettivi: ridurre alla fame i territori occupati con la scusa di impedire l’accesso a pericolosi e potenziali terroristi nelle città israeliane e dall’altra rafforzare l’insediamento coloniale.

Molti paesi confinanti oggi non sono nelle condizioni economiche di accogliere profughi in fuga dalla guerra, servirebbero aiuti dall’Onu e dalla Ue che invece tardano ad arrivare per il diktat degli Usa che con le loro portaerei nel Mediterraneo sostengono, in apparenza senza mai essere scesi in guerra, l’attacco genocida a Gaza.

Isolamento economico, assedio militare, bombardamenti a tappeto, uccisione di quasi 10 mila palestinesi sono i risultati di queste politiche miranti a cancellare dall’area la presenza degli autoctoni palestinesi

1,4 milioni di palestinesi su una popolazione complessiva a Gaza di 2,3 milioni è oggi definibile come profuga e oltre all’assedio militare l’arma economica rappresenta la strategia d annientamento dell’esistenza e della resistenza palestinese.

Le strategie economiche sono di vitale importanza, Israele ha promesso la cancellazione di 30 miliardi di euro di debito egiziano perché l’Egitto accolga i palestinesi in fuga, sotto le bombe, da Gaza, gli accordi di Abramo e il libero commercio rappresentano ancora oggi un piatto appetibile per alcuni paesi della Regione per non prendere posizione contro la carneficina della popolazione palestinese.

Si mira direttamente ad annientare la popolazione palestinese, si espellono gli autoctoni dalle loro terre per destinarli ai campi profughi in stati limitrofi, una popolazione da liquidare come del resto si evince dalla nuova cartina di Israele sullo sfondo degli accordi di Abramo, insomma accumulazione senza riproduzione.

* Grazie a World Politics blog 

 

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Giulio Chinappi
Giulio Chinappihttps://giuliochinappi.wordpress.com/
Laureato in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale e in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo. Ha svolto numerose attività con diverse ONG, occupandosi soprattutto di minori. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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