Villaggi rasi, prigionieri fantasma: l’impero israeliano si allarga verso Damasco

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Elicotteri e artiglieria su Abdin, in Siria meridionale: centinaia di civili in fuga. Israele punta al bacino dello Yarmouk, cioè all’acqua. 47 siriani detenuti in luoghi ignoti, avamposti a Quneitra, coloni pronti sul confine giordano. La “zona cuscinetto” diventa impero.

Israele occupa la Siria per l’acqua, non per Hezbollah

Nel fine settimana appena trascorso l’esercito israeliano ha colpito il villaggio di Abdin, nella campagna occidentale di Daraa, con elicotteri da combattimento e artiglieria pesante. Il bilancio immediato è un esodo di massa: centinaia di civili in fuga, due villaggi che hanno eretto barricate improvvisate nel tentativo, patetico quanto comprensibile, di tenere fuori dalla porta di casa i blindati di Tsahal.

Non stiamo parlando della Striscia di Gaza, né del sud del Libano occupato: stiamo parlando della Siria meridionale, un fronte che nei bollettini internazionali occupa ancora un rigo in calce, ma che secondo il centro di monitoraggio Sijil ha già accumulato, tra agosto 2025 e maggio 2026, oltre 1.670 violazioni israeliane del territorio siriano, con un picco di oltre 320 operazioni militari nel solo marzo scorso.

Israele, insomma, non si accontenta più delle poche centinaia di chilometri quadrati di “zona cuscinetto” ritagliati oltre le Alture del Golan dopo la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. E la scelta del bersaglio non è casuale.

Il vero obiettivo non sono i miliziani, è l’acqua

L’incursione di Abdin ricalca uno schema già collaudato: pattuglie che occupano posizioni elevate, posti di blocco, ingresso di mezzi blindati, perquisizioni domiciliari, sequestro di telefoni, arresti di civili — inclusi, secondo diverse fonti locali, anche minori. Tel Aviv la racconta come rappresaglia contro presunte cellule filoiraniane, la stessa cornice narrativa già utilizzata in autunno per l’operazione nel villaggio di Beit Jinn. Ma l’obiettivo reale è più prosaico e, se possibile, ancora più cinico: completare una zona di controllo continua dalla periferia occidentale di Damasco fino a Daraa, incentrata sul bacino del fiume Yarmouk — che tradotto in termini meno eufemistici significa mettere le mani sulle risorse idriche della regione, in un’area del Medio Oriente dove l’acqua vale quanto e più del petrolio.

Nel frattempo, l’accordo quadro siglato la scorsa settimana a Washington tra Beirut e Tel Aviv sembra aver funzionato da acceleratore per i piani israeliani più a sud: meno pressioni diplomatiche su un fronte, più libertà d’azione sull’altro. È l’aritmetica elementare della diplomazia mediorientale contemporanea, dove ogni tregua concessa altrove si trasforma puntualmente in credito da spendere in un’escalation successiva.

Detenzioni fantasma e coloni pronti a occupare il confine giordano

C’è poi il capitolo dei desaparecidos siriani in salsa israeliana: quarantasette civili arrestati nell’ultimo anno e mezzo, di cui non si conosce il luogo di detenzione. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha comunicato al padre di uno di loro che Israele nega semplicemente di trattenere cittadini siriani — una smentita che si commenta da sola, considerato che nel frattempo, a Quneitra, le stesse forze israeliane risultano aver sfrattato residenti, demolito edifici e occupato terreni agricoli per erigere nove avamposti permanenti. Chi sparisce, evidentemente, sparisce anche dai registri.

A completare il quadro, mentre si consuma questa colonizzazione a bassa intensità nella Siria meridionale, la ministra israeliana Orit Strook lavora su un progetto parallelo: popolare con insediamenti civili, fattorie agricole e infrastrutture i trecento chilometri di confine con la Giordania, un tratto che — inutile sorprendersi — include anche porzioni della Cisgiordania occupata. La motivazione ufficiale è la deterrenza contro ipotetiche milizie filoiraniane dirette verso il regno hashemita. La sostanza, spogliata della retorica securitaria, è un ulteriore tassello nella costruzione progressiva di una cintura di controllo territoriale che dal Libano meridionale, attraverso il Golan e la Siria del sud, arriva fino alla Giordania.

Il termine “impero” per descrivere questa espansione a macchia d’olio non è un’iperbole polemica, è semplicemente la parola più precisa a disposizione: si governa un territorio non ufficialmente annesso attraverso il controllo militare permanente delle sue risorse, della sua popolazione e dei suoi confini, senza bisogno di piantarci sopra una bandiera. La differenza tra questo e una vecchia colonia del secolo scorso sta forse solo nel vocabolario diplomatico che la ammanta: si chiama “zona di sicurezza”, non “provincia”, ma il risultato — case demolite, campi confiscati, famiglie sfollate, prigionieri di cui si nega persino l’esistenza — resta identico, e la comunità internazionale continua a guardare altrove, distratta da fronti che fanno più rumore mediatico ma non necessariamente più vittime.

 

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