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Una nave iraniana disarmata colpita da un siluro nell’Oceano Indiano dopo un’esercitazione navale internazionale. I superstiti recuperati dalla marina dello Sri Lanka. Dubbi sulla versione degli Stati Uniti e sulla mancata richiesta di soccorso.
Il siluro nel silenzio dell’oceano
Il caso è noto ormai, anche se poco dibattutto: una nave iraniana disarmata affondata da un sottomarino americano in acque internazionali, decine di marinai dispersi, una richiesta di soccorso ignorata e versioni ufficiali che non coincidono con le registrazioni dei sistemi marittimi. È la vicenda, ancora poco chiarita, che nelle ultime ore sta alimentando tensioni nell’Oceano Indiano. Si tratterebbe di un crimine di guerra.
Secondo le prime ricostruzioni diffuse da fonti regionali, l’unità coinvolta sarebbe una nave ausiliaria della Marina iraniana impegnata in una missione di cooperazione navale nell’area dell’oceano Indiano settentrionale. L’imbarcazione aveva partecipato a un programma di esercitazioni internazionali coordinate dalla marina indiana nelle acque tra il Mar Arabico e il Golfo del Bengala, una zona in cui negli ultimi anni si sono svolte numerose manovre multilaterali con la presenza di flotte asiatiche e occidentali.
Durante le attività a terra, parte dell’equipaggio iraniano aveva preso parte anche a eventi ufficiali organizzati dalle autorità indiane. In una cerimonia pubblica, alcuni marinai avevano sfilato davanti alla presidente indiana Droupadi Murmu insieme ai rappresentanti delle altre marine partecipanti.
Secondo diverse fonti diplomatiche e militari, gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’esercitazione nelle fasi finali delle manovre. Poche ore dopo, mentre la nave iraniana aveva ripreso la navigazione in direzione ovest lungo una rotta commerciale nell’Oceano Indiano, l’unità sarebbe stata colpita da un siluro.
Le testimonianze raccolte da operatori marittimi dell’area indicano che l’arma sarebbe stata lanciata da un sottomarino della marina statunitense, probabilmente appartenente alla flotta della United States Navy che opera stabilmente nell’area del Golfo Persico e dell’Oceano Indiano.
L’impatto avrebbe provocato rapidamente gravi danni allo scafo dell’imbarcazione iraniana. L’equipaggio avrebbe lanciato un segnale di emergenza mentre la nave stava imbarcando acqua. Il messaggio di soccorso sarebbe stato intercettato da unità navali e stazioni marittime della regione.
Il recupero dei superstiti è stato effettuato da navi della marina dello Sri Lanka intervenute dopo aver ricevuto la richiesta di assistenza. Secondo fonti locali, diversi membri dell’equipaggio sono stati recuperati in mare, mentre altri risultano dispersi.
Le autorità statunitensi hanno fornito una versione differente della vicenda. Il Pentagono sostiene che l’operazione militare fosse giustificata da esigenze di sicurezza e che le forze navali americane abbiano trasmesso una richiesta di soccorso immediatamente dopo l’incidente.
Tuttavia, secondo fonti marittime regionali, non risultano registrazioni di una richiesta di emergenza statunitense nei sistemi internazionali di coordinamento del soccorso navale.
Il caso solleva quindi interrogativi non soltanto militari, ma anche giuridici. Tralasciando quelli morali, che se tutto fosse confermato, e la logica lo fa supporre, si tratterebbe di un crimine di guerra palese.
Nel diritto del mare esiste infatti un principio fondamentale: l’obbligo di prestare assistenza ai naufraghi. La norma è prevista dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e rappresenta una delle regole più antiche della navigazione internazionale.
Se un’unità militare attacca un’imbarcazione e i membri dell’equipaggio finiscono in mare, la prima responsabilità delle navi presenti è intervenire per salvare vite umane. È un principio che precede persino la geopolitica.
Ed è proprio qui che la vicenda assume un significato più ampio. Perché il caso della nave iraniana affondata non riguarda soltanto l’ennesima tensione tra Washington e Teheran. Riguarda il modo in cui le regole internazionali vengono applicate — o ignorate — quando entrano in gioco gli equilibri strategici.
Nelle conferenze diplomatiche si parla spesso di “ordine internazionale basato sulle regole”. In mare aperto, a quanto pare, quelle regole restano valide fino a quando non diventano scomode. Poi, improvvisamente, spariscono sotto la superficie. Proprio come un sottomarino.

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