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Il piano di pace “trumpiano” provoca malumore nell’esercito ucraino: alcune unità rifiutano di cedere territori. Tra limiti al controllo di Zelensky e interessi geopolitici occidentali, emerge una Ucraina dove l’ordine militare e politico non coincide.
Ucraina, il piano di pace che mette in crisi Zelensky
– Francesco Dall’Aglio*
Mentre “gli europei” tentano di neutralizzare il piano di pace (un piano, ricordiamolo, secondo loro, “scritto dai russi” che “regala l’Ucraina a Putin”), emerge un quadro che merita attenzione: la Russia mantiene al confine un esercito permanente di 600.000 uomini, superiore a quello di Turchia e Polonia messi insieme, senza limitazioni sugli armamenti, e accetta la rimozione graduale delle sanzioni, una per volta, solo dopo che il processo di pace diventi definitivo.
Inoltre, nelle oblast’ di Cherson e Zaporizhija, la linea del fronte diventerebbe confine e l’area non sarebbe riconosciuta de iure come parte della Federazione Russa, mentre la centrale nucleare di Enerhodar rimarrebbe sotto amministrazione IAEA lavorando al 50% a vantaggio dell’Ucraina. SPQR, avrebbe detto Asterix, “Sono Pazzi Questi Russi”.
Un media occidentale influente come il Washington Post introduce un dibattito interessante: giusto o sbagliato che sia, ai militari ucraini il piano non piace, soprattutto la parte che li obbligherebbe a cedere porzioni dell’oblast’ di Donetsk ancora sotto il loro controllo. Come riportato dal giornale, Zelensky rischierebbe una crisi interna tra potere civile e militare se ordinasse di abbandonare le città pesantemente fortificate del Donbas settentrionale:
“Puoi tagliare l’intelligence, puoi tagliare il supporto, ma nell’immediato non avrà importanza perché l’esercito ucraino continuerà a combattere. Non sono nello stato d’animo di arrendersi.”
Il Washington Post ricorda l’imbarazzante episodio di ottobre 2019, quando i soldati a Zolote si rifiutarono davanti alle telecamere di abbandonare le loro posizioni nel quadro degli accordi di de-escalation, facendo capire a Zelensky che, sebbene fosse presidente a Kiev, lì comandavano loro. La ricerca del video completo su piattaforme ufficiali è difficile, ma versioni tagliate o sottotitolate si trovano facilmente tramite AI o fonti secondarie.
Il problema non fu solo lo scontro con Denys Yantar, comandante di Azov, ma anche le dichiarazioni successive di Andrіj Bіlec’kyj, leader di Pravyj Sektor e fondatore di Azov, e di Sofia Fedyna, riportate dal Kyiv Post, che documentano il ruolo decisivo di certi settori militari ucraini nella gestione del conflitto.
Il WSJ evita di dire esplicitamente che i militari potrebbero non eseguire gli ordini o che il presidente non abbia pieno controllo, mantenendo l’immagine di una “vibrante democrazia”. Tuttavia, il concetto è chiaro: l’Ucraina resta sostenuta per convenienza geopolitica, anche se alcune unità dell’esercito mostrano malumore, soprattutto quelle utilizzate fino a oggi per contenere le forze russe. Strano, e al tempo stesso prevedibile, che le cose non siano andate esattamente come speravano i sostenitori occidentali.

* Articolo originale con link alle fonti su War Room.
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