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L’attacco al dormitorio di Starobelsk è stato smentito, ignorato e insabbiato. A verificare i fatti ci ha pensato una testata ucraina in esilio. La stampa italiana ha scelto il silenzio. Non per filoputinismo: per comodità narrativa.
Starobelsk e il giornalismo che non c’era*
Quando un missile colpisce un dormitorio e uccide adolescenti nel sonno, la prima reazione delle cancellerie e delle redazioni coinvolte non è capire cosa è successo. È capire cosa conviene dire. Nel caso dell‘attacco ucraino al collegio pedagogico di Starobelsk, questa fase ha avuto una durata brevissima e una sceneggiatura prevedibile: smentita categorica, accuse di manipolazione russa, e poi — quando le foto delle vittime hanno cominciato a circolare e i russi hanno organizzato un tour per la stampa estera sul luogo — una seconda linea difensiva più elaborata. Quelle non erano studentesse: erano operatrici di droni dell’unità Rubikon. Le foto erano false. I giornalisti presenti erano tutti a libro paga del Cremlino.
Quest’ultima accusa ha prodotto almeno una nota surreale degna di menzione. Tra i giornalisti presenti al tour c’era Giovanni Pigni, inviato de La Stampa — testata che, per quanto si sappia, non ha ancora aperto una sede a Mosca né riceve finanziamenti dal FSB. La cosa non ha impedito che il suo nome comparisse, foto inclusa, in un articolo della testata ucraina Real’na Gazeta come presunto simpatizzante del Cremlino. Il suo crimine: aver intervistato in passato Denis Pushilin. Giornalismo, insomma, nella sua accezione più elementare — quella che prevede di parlare anche con chi non si ama.
Chi ha verificato e chi ha preferito non farlo
La stampa italiana e occidentale ha gestito la questione con un metodo collaudato: dare la notizia nei flussi in tempo reale — quelli che si azzerano a mezzanotte e non lasciano traccia — e poi lasciarla cadere. Non una smentita esplicita, non un’inchiesta, non una verifica. La storia puzzava, come scrive chi l’ha seguita da vicino, e quando una storia puzza il riflesso condizionato delle grandi redazioni è non avvicinarsi troppo.
A colmare il vuoto ci ha pensato una testata regionale di Lugansk, Real’na Gazeta, che opera in esilio da Kiev dopo l’occupazione russa e che definisce i russi “occupanti” senza nessuna ambiguità. Non esattamente una fonte filorussa. La giornalista Olena Fetisova ha fatto quello che dovrebbe essere la base del mestiere: ha controllato le pagine social delle vittime, ha incrociato i nomi con l’elenco ufficiale pubblicato dalle autorità russe, ha verificato i messaggi di condoglianze comparsi dopo le morti, ha smontato un documento circolato sui social — secondo cui nel dormitorio era stata trasferita l’88ª brigata di fucilieri motorizzati — mostrandone la grossolanità. Conclusione: i morti erano persone reali, iscritte al collegio pedagogico, con profili social attivi e storie verificabili.
Il collettivo russo indipendente Bereg, i cui reportage vengono pubblicati regolarmente da Meduza — testata dell’opposizione a Putin, non del Cremlino — ha intervistato gli amici delle vittime. Nessuna questione di identità nazionale, nessun dramma geopolitico: storie di scuola, di fidanzamenti, di famiglie. Storie universali che non si prestano ad alcuna narrativa, né russa né ucraina, e forse proprio per questo non interessano a nessuno.
Pigni, dal canto suo, ha pubblicato il 25 maggio un thread sul proprio profilo Twitter — in inglese, con molte cautele e molti distinguo, precisando i limiti del tour organizzato e la pressione delle autorità locali — concludendo che l’attacco era reale, la distruzione del dormitorio era reale, e che non aveva trovato alcuna prova della presenza di installazioni militari sul posto. È ragionevole supporre che abbia proposto un pezzo alla sua redazione. Su La Stampa non è uscito nulla.
Il paradosso è geometricamente perfetto. Un giornale ucraino nazionalista, che parte da premesse ideologiche dichiaratamente ostili alla Russia, ha ritenuto necessario verificare e pubblicare. La stampa italiana — quella che secondo alcuni commentatori sarebbe infiltrata da agenti filorussi — ha preferito il silenzio. Non per simpatia verso Mosca, ma per il motivo opposto: la storia complicava una narrativa che si preferisce tenere semplice.
Resta aperta, nel dibattito pubblico ucraino, una domanda che Fetisova pone in modo onesto anche se risolve con argomenti discutibili: queste persone, cresciute sotto occupazione, formate su libri russi, senza accesso ai media ucraini, erano ucraini plagiati o russi di fatto? La risposta che dà — tutti ucraini, nessuna eccezione, il plagio spiega tutto — è comprensibile in tempo di guerra ma politicamente fragile, perché l’Ucraina è un paese con identità multiple e sovrapponibili, e ignorarlo non lo fa diventare più semplice.
Quello che invece non ha nessuna giustificazione è il silenzio di chi il mestiere di informare lo fa per professione, in contesti dove la libertà di stampa non è un’aspirazione ma una condizione data. Quando una testata in esilio da una città occupata fa più giornalismo delle grandi redazioni occidentali, qualcosa nel sistema dell’informazione ha smesso di funzionare. E non da ieri.

* Analisi e commento dalle riflessioni di Francesco dall’Aglio.
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