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In Slovenia esplode la protesta contro il 5% del PIL per la difesa imposto dalla NATO. La sinistra promuove un referendum sul riarmo, il premier Golob risponde con un altro sull’Alleanza atlantica. Crisi di governo e frattura europea sul riarmo in vista.
Slovenia, il primo banco di prova per il riarmo NATO: la crisi parte da Lubiana
In Slovenia si apre il primo vero fronte politico contro l’obiettivo del 5% del PIL da destinare alle spese militari, proposto nei recenti vertici NATO e sostenuto da Washington.
Il piccolo Paese balcanico si trova ora al centro di una crisi politica senza precedenti, innescata dal dissenso interno alla maggioranza di governo e sfociata in un doppio referendum che potrebbe avere implicazioni su scala europea.
Tutto inizia con la crescente opposizione al piano di rafforzamento della spesa militare, che la NATO promuove come condizione per la difesa del continente. Lubiana aveva formalmente aderito agli impegni, ma il malcontento è esploso quando l’ala sinistra della coalizione, in particolare il partito Levica (Sinistra), ha denunciato l’iniziativa come un favore agli Stati Uniti e un pericolo per i bilanci sociali nazionali.
Il partito Levica ha criticato duramente l’accordo siglato all’Aia, definendo “miserevoli” le promesse dei leader europei. A loro dire, l’aumento delle spese militari non rafforza l’indipendenza dell’Europa, ma risponde esclusivamente alle priorità statunitensi. Il deputato Matej Vatovec ha dichiarato in aula: «Ogni centesimo speso per l’industria militare della NATO si traduce, in un modo o nell’altro, in civili morti a Gaza in attesa di aiuti umanitari».
Il governo guidato dal premier centrista Robert Golob, tornato dai colloqui europei, aveva cercato di minimizzare la portata degli impegni presi, sostenendo che il 5% non era vincolante e che l’orizzonte temporale del 2035 lasciava margini di manovra. Tuttavia, ciò non è bastato a evitare la spaccatura interna: Levica ha insistito per indire un referendum consultivo, a cui la destra dell’ex premier Janez Janša si è subito accodata, fiutando l’occasione per destabilizzare l’esecutivo.
Duello a colpi di referendum
Il parlamento sloveno ha approvato la consultazione con 46 voti favorevoli e 42 contrari. Il risultato ha messo in minoranza il partito del premier Svoboda (Libertà) e certificato la rottura politica della coalizione di governo. In risposta, Golob ha rilanciato con un contro-referendum: stavolta, sulla permanenza della Slovenia nella NATO.
Entrambe le consultazioni, che si terranno probabilmente in autunno, non avranno valore vincolante. Ma il loro impatto politico è già profondo. La doppia campagna referendaria rischia di accelerare una crisi di governo e di avvicinare le elezioni anticipate. Per molti osservatori, si tratta di un segnale precoce ma rilevante di una frattura latente nel fronte europeo sul riarmo.
Sul fronte europeo, intanto, si avvicina un altro voto potenzialmente esplosivo: quello sulla mozione di sfiducia contro Ursula von der Leyen, presentata dall’estrema destra al Parlamento europeo. Al centro delle critiche, la gestione opaca dei contratti per i vaccini Covid e l’adozione di strumenti straordinari per incrementare la spesa militare senza passare dal Parlamento.
La mozione non passerà, ma metterà a nudo le tensioni interne ai gruppi europeisti. Il Partito Democratico voterà contro, ma “turandosi il naso”, mentre la Lega voterà a favore, rompendo simbolicamente con Giorgia Meloni, che sarà costretta a difendere la presidente della Commissione. Anche il PSOE spagnolo, alleato chiave, ha già espresso contrarietà al 5% di spesa militare, segno che il consenso europeo sulla strategia atlantista si sta incrinando.
La crisi slovena potrebbe così rappresentare solo il primo scossone visibile di una più ampia faglia geopolitica e sociale destinata ad allargarsi.

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