Schiavi indiani per il Consolato USA a Milano: benvenuti nella rigenerazione urbana

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Quasi mille operai indiani sfruttati a Milano per costruire il Consolato USA: 2 euro l’ora, turni da 12 ore, 5mila euro pagati per lavorare. La Procura parla di “paraschiavismo”. Il committente è Washington.

Schiavi indiani per il Consolato USA a Milano

Venerdì 29 maggio, il pm Paolo Storari della Procura di Milano — guidata dal procuratore capo Marcello Viola — ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza per caporalato nei confronti di Caddell Construction Co. LLC, colosso americano delle costruzioni con sede principale a Montgomery, Alabama, e distaccamento milanese.

L’accusa riguarda lo sfruttamento di centinaia di operai indiani impiegati nella realizzazione della nuova sede del Consolato degli Stati Uniti in piazzale Accursio, un cantiere da 200 milioni di dollari che dovrebbe essere ultimato nel 2028. Il provvedimento, adottato in via d’urgenza e in attesa della convalida di un GIP, è corredato da oltre cento pagine di documentazione investigativa prodotta dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro.

La catena dello sfruttamento comincia prima ancora dell’imbarco. Il reclutamento avveniva direttamente in India attraverso la società Dynamic House, con sede a Nuova Delhi, a cui i lavoratori corrispondevano circa 500mila rupie — equivalenti a 5mila euro — come condizione per ottenere il posto. Un pizzo d’ingresso, pagato anticipatamente, che poneva i lavoratori in una condizione di dipendenza economica strutturale ancor prima di mettere piede in Italia.

Una volta atterrati a Milano, il personale di Caddell li prelevava all’aeroporto, li accompagnava in due residence a Garbagnate Milanese e Pieve Emanuele, e li inseriva in cantiere il giorno successivo, dopo averli costretti a firmare documenti senza alcuna traduzione in lingua comprensibile.

Le condizioni di lavoro documentate dalle indagini sono precise nei numeri e inequivocabili nel significato. Le paghe orarie rilevate si attestavano su valori medi di circa 2,17 euro secondo le buste paga indiane, e di circa 4,16 euro secondo il LUL italiano — il Libro Unico del Lavoro, il registro obbligatorio per i rapporti di lavoro in Italia. Turni da dieci a dodici ore giornaliere, sette giorni su sette. Sottraendo le spese per vitto e alloggio trattenute direttamente, e le rimesse inviate alle famiglie in India, la disponibilità mensile residua per ciascun lavoratore si riduceva a circa 150 euro. La Procura ha definito questa condizione con un termine preciso: “paraschiavismo”.

Gli indagati sono attualmente due: la divisione italiana di Caddell Construction, persona giuridica indagata ai sensi della legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti per reati commessi dai dirigenti nell’interesse aziendale, e il manager responsabile della sede italiana, il cittadino turco Ulas Demir, indagato per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. La Procura ha contestualmente nominato il commercialista Francesco Brigatti come amministratore giudiziario, con il mandato di bonificare la situazione adottando assetti organizzativi idonei, anche in difformità da quelli disposti dall’imprenditore. AgenpressLa Milano

C’è un elemento che rende questa vicenda più densa di significato rispetto a un ordinario caso di caporalato edilizio. Il committente finale dell’opera è il governo degli Stati Uniti. Il cantiere serve a costruire la sede diplomatica di un paese che esporta nel mondo — con insistenza e con finanziamenti — modelli di democrazia, diritti del lavoro e stato di diritto. Stanno lì, a due passi da City Life, quasi un migliaio di operai che lavorano sotto minaccia per meno di quattro euro l’ora. Lo stesso cantiere che le autorità consolari statunitensi avrebbero tentato di proteggere dall’indagine: secondo quanto emerso, di fronte ai Carabinieri venuti a raccogliere le testimonianze degli operai, era stata invocata la tutela della riservatezza della futura sede diplomatica. ZazoomLa Milano

Il caso Caddell non è un’anomalia del sistema: ne è una rappresentazione fedele. La filiera che va dal reclutamento a pagamento in India, al distacco formale, alle buste paga doppie, all’alloggio controllato dall’azienda, è lo stesso modello già documentato in altri settori — dalla logistica alla ristorazione — con protagonisti diversi ma meccanismi identici. Si chiama “rigenerazione urbana“. Si costruisce con il sudore di chi non può permettersi di protestare, perché ha già pagato cinquemila euro per il privilegio di essere sfruttato.

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