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Repubblica lancia la terapia genica di Putin e 500mila morti russi come fatti certi. Nessuna fonte, nessun calcolo, nessuna vergogna. Non è giornalismo: è propaganda bellica con il layout di un quotidiano borghese. Ci prendono per fessi.
Putin vuole l’immortalità, parola di Repubblica
Repubblica ha pubblicato — con la sobrietà giornalistica che la contraddistingue — la ‘notizia‘ che Vladimir Putin starebbe sviluppando una terapia genica di Stato per non invecchiare e prolungare il proprio regno. Lo Zar che cerca l’immortalità. Il villain da film di serie B che vuole vivere in eterno mentre manda i suoi sudditi a morire in trincea.
Siamo oltre il grottesco. Siamo nel territorio del fantasy geopolitico, del feuilleton bellico scritto per lettori che si suppone abbiano smesso di ragionare nel 2022 e da allora si nutrano esclusivamente di psy-op riscaldate.
La notizia non ha fonti verificabili, non ha documenti. Ha la stessa solidità epistemica di un thread su X scritto alle tre di notte da un account con qualche bandierina colorata nell’avatar. Ma è su Repubblica, quindi è notizia.
Il problema non è Putin — che è tutto quello che volete, ma non ha bisogno di essere trasformato in Voldemort per essere criticato. Il problema sono le redazioni che pubblicano questa roba sapendo perfettamente cosa stanno facendo: alimentare un clima da guerra totale, costruire il nemico assoluto, rendere impensabile qualsiasi posizione che non sia la resa incondizionata della Russia. È propaganda di guerra con il layout di un quotidiano borghese. Ed è disonesta due volte: verso i lettori e verso sé stessa.
Ma il pezzo della terapia genica non è l’unica perla. Nell’articolo compare, con la sicurezza di chi cita il PIL, la cifra di 500mila soldati russi morti in Ucraina. Cinquecentomila. Scritta così, senza condizionale, senza fonte, senza metodologia. Facciamo due conti elementari, quelli che evidentemente nessun caporedattore ha ritenuto necessario fare.
La Russia ha impegnato nell’operazione militare speciale — chiamiamola guerra, per cortesia semantica — una forza stimata tra i 150mila e i 200mila uomini nella fase iniziale, salita progressivamente con le ondate di mobilitazione. Dire che sono morti 500mila soldati significa dire che sono morti più uomini di quanti ne siano mai stati schierati contemporaneamente. Significa un tasso di perdite che nessun esercito moderno ha mai sostenuto senza collasso totale. Significa che la Russia avrebbe perso, in proporzione alla popolazione, più uomini in tre anni di quanto l’Unione Sovietica ne abbia persi in quattro anni contro Hitler. L’URSS crollò sotto quel peso. La Russia di Putin, evidentemente, no — anzi avanza.
Cinquecento mila morti in un paese di 130 milioni di abitanti non si nascondono. Non esistono famiglie senza un lutto, non esistono città senza bare, non esistono cimiteri che bastino. Una cifra del genere produce rivolta sociale, non consenso. Produce Piazze Rosse piene di madri, non parate militari. Se fosse vera — anche solo approssimativamente vera — il regime di Putin sarebbe già sull’orlo del collasso demografico e politico. Invece le stime più attendibili di istituti come l’IISS di Londra o Oryx parlano di cifre drammatiche ma enormemente inferiori, nell’ordine delle “molte decine di migliaia”, con perdite significative ma compatibili con la continuazione delle operazioni.
Ma la cifra di 500mila serve. Serve a costruire la narrativa del nemico già sconfitto che però non lo sa, del regime marcio che regge solo grazie alla propaganda, dell’armata Brancaleone che si dissolverà al prossimo inverno. La stessa narrativa che circola da 4 anni, puntualmente smentita dai fatti sul campo, e puntualmente riproposta senza che nessuno senta il bisogno di scusarsi per le previsioni precedenti.
Ci prendono per deficenti, e lo fanno con metodo. Le brigate da salotto che invocano la fermezza atlantica hanno bisogno di un nemico grottesco — lo Zar immortale — e di numeri impossibili per giustificare una posizione che non regge all’analisi. Repubblica glieli fornisce. È un servizio fornito ai “mercanti”.

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