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mercoledì 19 Gennaio 2022
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I media in Italia? Siamo fermi a “il fascismo ha fatto anche cose buone”

Presentata una ricerca finanziata dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna in cui emerge che la narrazione del fascismo sui quotidiani per l’80% non è disvalore assoluto.

La narrazione del fascismo nei quotidiani: per l’80% non è disvalore assoluto

Fascismo, nazismo e razzismo sui media sono presentati come un “disvalore assoluto” solo per il 20% dei quotidiani e tra l’8 e il 20% delle trasmissioni televisive. È il risultato di una ricerca interdisciplinare, presentata oggi a Bologna, finanziata dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna.

L’iniziativa, anche di formazione per gli iscritti, è stata promossa dall’Ordine dei giornalisti e dalla Fondazione giornalisti dell’Emilia-Romagna, in collaborazione con la biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna, la Fondazione Gramsci, l’Istituto storico Parri e il Corecom regionale.

Lo studio condotto da Giovanna Cosenza, docente di Filosofia e Teoria dei Linguaggi dell’Università bolognese, ha preso in esame tra novembre 2019 e ottobre 2020, 443 articoli di quotidiani e 48 ore di programmazione televisiva, rilevando il frequente ripetersi della metafora del fascismo, nazismo e razzismo come “malattie che si propagano velocemente nella società” costretta in risposta ad “erigere barriere, baluardi”.

Questo però, sottolinea la ricerca “non assume quasi mai i toni dell’emergenza: si sottolinea, puntualmente, che sono fenomeni confinati a piccoli gruppi, ‘carnevalate’ o ‘goliardate’ a cui non bisogna dare troppo peso perché inserite in un contesto democratico. Solo se riferiti al passato, sono proposti come nettamente negativi”.

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Il discorso vale ovviamente anche al contrario. Le voci antifasciste che emergono solitamente sono quasi sempre quelle dei protagonisti “storici” delle vicende dei regimi: l’Anpi o la senatrice a vita Liliana Segre. Cioè persone molto anziane e viste lontane dai contesti attuali.

Un ulteriore approfondimento attraverso l’archivio delle “teche” Rai ha poi mostrato una “sovrarappresentazione” del ventennio nel contesto dei programmi di divulgazione storica. Ma la narrazione proposta -spiegano i docenti di storia contemporanea Alessio Gagliardi e Matteo Pasetti- ha avuto prevalentemente un taglio biografico e personale incentrato sulla figura di Benito Mussolini (cosiddetto “mussolinismo”) mettendo in secondo piano gli aspetti più critici del regime, come la violenza e il razzismo coloniale.

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Nel tempo, ad eccezione degli anni ’60 e ’70, si è poi assistito ad una rappresentazione edulcorata del fascismo. Ad esempio negli anni ’40 veniva descritto in modo rassicurante, “come sistema garante delle tradizioni nazionali”. Negli anni ’80 era in evidenza il suo carattere “modernizzatore”.

Negli anni ’90 infine se ne proponevano “i caratteri di legalità e ordine, quando invece è documentato che anche nel fascismo la corruzione fosse dilagante”. Sempre negli anni ’90, grazie ai social network e a fiction come “Il giovane Mussolini” con Antonio Banderas, si è accentuata la divaricazione tra la rappresentazione mediatica e le ricerche storiche.

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Gli autori della ricerca sottolineano inoltre una sorta di “svuotamento semantico” dei termini fascismo, nazismo e razzismo, che in sostanza, a forza di essere ripetuti, hanno perso la loro accezione dispregiativa.

Inoltre, sono state indagate le prospettive giuridiche (l’apologia di fascismo è un reato, ndr) e i meccanismi psicologici propri dei promotori di queste ideologie. L’appello finale è sul fatto che “non basta l’antifascismo a parole, vanno applicate le leggi esistenti”.

 

Fonte: Agenzia DiRE 

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