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Il Ppe rompe la maggioranza Ursula votando con l’estrema destra per indebolire le norme sulla responsabilità delle multinazionali. Regole ambientali e sociali ridimensionate, sinistra isolata e lobby industriali in ascesa: l’Unione europea scivola verso un conservatorismo sempre più marcato.
Il nuovo asse europeo: quando il centrodestra si sposta ancora più a destra
Nel Parlamento europeo si è consumata una rottura politica che segna un cambio di fase profondo. Il Partito popolare europeo, tradizionale perno della maggioranza filogovernativa, ha scelto di votare insieme alle forze dell’estrema destra su un dossier delicatissimo: le norme sulla responsabilità delle multinazionali in materia ambientale e sociale. Una scelta che non solo ha incrinato gli equilibri della cosiddetta “maggioranza Ursula”, ma ha mostrato come le dinamiche interne a Bruxelles si stiano orientando verso posizioni conservatrici sempre più radicali.
Sul tavolo vi erano le direttive destinate ad obbligare le grandi imprese a rendicontare l’impatto climatico e il rispetto dei diritti dei lavoratori all’interno delle proprie filiere.
La Commissione, sotto pressioni internazionali, aveva già proposto un ridimensionamento delle norme, allineandosi alle richieste statunitensi di “semplificare” gli obblighi per le corporation. Ma il voto dell’Aula ha ulteriormente indebolito l’impianto originario, grazie a un’inedita alleanza tra popolari, conservatori e gruppi nazionalisti.
Regole allentate e un’Unione sempre più contraddittoria
La direttiva, nella versione approvata, si applicherà soltanto alle imprese con più di 5.000 dipendenti e con un fatturato di almeno 1,5 miliardi di euro. Eliminato anche l’obbligo di monitorare il comportamento dei partner commerciali lungo la catena di fornitura. Non solo: gli obiettivi climatici derivati dagli accordi di Parigi spariscono dal testo, mentre le imprese potranno eludere parte delle responsabilità grazie a norme meno stringenti sui doveri di vigilanza.
Il leader del Ppe, Manfred Weber, ha definito il voto “la fine della burocrazia europea”, mentre i conservatori dell’Ecr hanno celebrato quello che considerano un ritorno al pragmatismo economico. Ma dietro queste dichiarazioni si intravede un’operazione politica più ampia: la costruzione, pezzo dopo pezzo, di un nuovo blocco europeo che considera la protezione ambientale e sociale un ostacolo alla competitività.
Le conseguenze politiche non sono passate inosservate. La relatrice della direttiva, la laburista olandese Lara Wolters, aveva già lasciato l’incarico denunciando il ricatto del Ppe, deciso a far pesare la possibilità di un’intesa strutturale con l’estrema destra. E il voto finale ha confermato questo scenario: i popolari hanno accantonato socialisti, liberali e verdi per favorire una maggioranza alternativa, più conforme ai venti conservatori che soffiano in tutta Europa.
Una sinistra isolata e un futuro incerto
Le forze progressiste hanno reagito respingendo il testo finale, accusando il Ppe di voler trasformare il Parlamento in un laboratorio di policies dettate dalle lobby industriali. I socialisti parlano apertamente del rischio di diventare una “foglia di fico”, chiamata solo a legittimare un’agenda che non è più centrista ma decisamente inclinata verso destra. Eppure, malgrado le critiche, continuano a sostenere la maggioranza Ursula, contribuendo a un equilibrio sempre più fragile.
La posta in gioco è alta. Mentre l’Europa riduce l’ambizione della propria legislazione ecologica, le industrie del continente guardano con preoccupazione alle tensioni globali: i dazi di Washington, la concorrenza cinese e l’incertezza energetica. Ma invece di investire nella transizione sostenibile, molte grandi imprese preferiscono affidarsi alla pressione politica per rallentare, ritardare o depotenziare le norme ambientaliste.
Il paradosso è evidente: mentre la Cina accelera sulla transizione energetica, rivoluziona il settore automotive e amplia il proprio sistema di energie rinnovabili, l’Unione europea sembra più impegnata a inseguire il riarmo come antidoto alla crisi occupazionale. Le lobby del fossile tornano a dettare l’agenda, minimizzando l’impatto europeo sulle emissioni globali e alimentando narrazioni che presentano l’ecologia come un lusso o un freno alla crescita.
Il risultato è un’Europa che sacrifica il futuro sull’altare dell’emergenza permanente, smantellando quegli stessi valori che da decenni rivendica a livello internazionale.

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