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Israele ha ignorato oltre 70 risoluzioni ONU che chiedevano rispetto del diritto internazionale, dal diritto al ritorno dei rifugiati alla fine dell’occupazione. Un’impunità garantita dal veto USA e da una comunità internazionale divisa e spesso complice.
Israele, settant’anni di risoluzioni ONU ignorate
Dal 1948, anno della nascita dello Stato di Israele e della “Nakba“, la cacciata dei palestinesi dalle proprie terre e dalle proprie case, la comunità internazionale ha tentato ripetutamente di imporre il rispetto del diritto internazionale attraverso le Nazioni Unite, ma senza successo, purtroppo.
Israele detiene il record mondiale di risoluzioni ONU non rispettate: in totale, il Consiglio di Sicurezza ha emanato circa 73 risoluzioni che condannano specificamente l’operato israeliano e ne chiedono la correzione. Nessuna è stata mai pienamente applicata.
Il diritto al ritorno mai riconosciuto
La Risoluzione 194 del dicembre 1948 stabilì il principio fondamentale del diritto al ritorno dei profughi palestinesi: “Ai rifugiati che desiderano tornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbe essere permesso di farlo al più presto possibile”. Questa risoluzione fu condizione vincolante per l’ammissione di Israele alle Nazioni Unite attraverso la Risoluzione 273 del 1949, ma rimase sostanzialmente lettera morta.
Nel 1950 venne creata l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi) che ancora oggi assiste quasi sei milioni di rifugiati palestinesi dispersi nel mondo, ai quali Israele continua a negare il ritorno nelle terre dei propri antenati.
L’occupazione militare e i territori conquistati
La Risoluzione 242 del novembre 1967, emanata dopo la Guerra dei Sei Giorni, ordinò a Israele di ritirarsi dai territori conquistati militarmente, poiché l’acquisizione di terre attraverso la forza è espressamente vietata dalla Carta delle Nazioni Unite. Questa risoluzione fondamentale viene ignorata da oltre cinquant’anni.
Al contrario, invece di ritirarsi, Israele ha intensificato l’occupazione attraverso la creazione di insediamenti civili nei territori conquistati, in violazione dell’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra che vieta esplicitamente a una potenza occupante di trasferire parte della propria popolazione nel territorio occupato.
La condanna degli insediamenti coloniali
La questione degli insediamenti israeliani ha generato decine di risoluzioni di condanna. La Risoluzione 446 del 1979 dichiarò esplicitamente illegali gli insediamenti israeliani nei territori occupati. La più recente Risoluzione 2334 del dicembre 2016 ha ribadito con forza che “La costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale”.
Nonostante ciò, il numero dei coloni israeliani è cresciuto costantemente: oggi sono oltre 700.000 tra Cisgiordania e Gerusalemme Est, rendendo di fatto impossibile la creazione di uno stato palestinese territorialmente coerente.
Le violenze sistematiche
Numerosissime risoluzioni hanno condannato specifici episodi di violenza: dalla Risoluzione 681 del 1990 che deplora le deportazioni di palestinesi, alla Risoluzione 904 del 1994 che condanna il massacro di Hebron dove oltre 50 civili palestinesi furono uccisi da un colono israeliano, fino alla Risoluzione 1544 del 2004 che condanna la distruzione di abitazioni civili nel campo profughi di Rafah.
Nel 2004, l’ONU ha inoltre dichiarato che il muro di separazione costruito da Israele nei territori occupati viola il diritto internazionale e ne ha chiesto l’abbattimento. Anche questa decisione è rimasta inapplicata.
L’impunità garantita dal veto americano
Il meccanismo che permette questa sistematica violazione del diritto internazionale è il diritto di veto degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza. Dal 1972, gli USA hanno posto il veto su decine di risoluzioni che condannavano Israele, garantendo di fatto l’impunità alle violazioni sistematiche del diritto internazionale.
L’autunno 2000 rappresenta un caso emblematico: l’ONU votò ben otto risoluzioni di condanna per la politica israeliana nei territori occupati (contrari solo USA e Israele), decidendo l’invio di osservatori internazionali e di una commissione d’inchiesta, ma Israele impedì ogni indagine sul terreno.
La risoluzione del 2024
Nel settembre 2024, l’Assemblea Generale ha approvato con 124 voti favorevoli una risoluzione che ordina a Israele di “Porre fine alla sua occupazione illegale del Territorio palestinese occupato” entro dodici mesi. Tra i 14 voti contrari figurano Stati Uniti e Israele, mentre l’Italia si è astenuta insieme ad altri 43 paesi.
Questa cronaca di risoluzioni ignorate dimostra come il diritto internazionale, quando non è sostenuto dalla forza politica, rimanga spesso inefficace. Per i palestinesi, questi ottant’anni di attesa rappresentano non solo una negazione di giustizia, ma la prova che la comunità internazionale tollera due pesi e due misure nell’applicazione delle proprie norme.

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