Gaza, la guerra senza tregua: bombe termobariche e occupazione permanente

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Israele prepara una nuova offensiva a Gaza mentre la tregua resta formale. Tra accuse di uso di bombe termobariche, migliaia di vittime e stime sottovalutate, la guerra diventa strumento politico e strategico. Sullo sfondo, il sostegno militare USA.

Gaza, la guerra che non si vuole finire

C’è una parola che a Gaza suona ormai come una formula vuota: tregua. I raid non si sono mai davvero fermati, il blocco resta, le demolizioni continuano. E mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu vola a Washington per incontrare Donald Trump, sul tavolo non c’è soltanto la gestione di una crisi umanitaria devastante, ma la ripresa di un’offensiva su larga scala.

Secondo fonti israeliane, l’esercito starebbe preparando un piano per una nuova fase ad alta intensità nella Striscia. Obiettivo dichiarato: distruggere Hamas. Obiettivo politico meno dichiarato: consolidare la leadership interna, rimettere in ordine la coalizione di governo e arrivare alle prossime scadenze elettorali con il linguaggio che parte dell’elettorato considera più convincente, quello della forza.

La cosiddetta “fase 2” del cessate il fuoco, sostengono ambienti vicini al governo, non starebbe producendo risultati. Da qui l’idea di un ritorno massiccio delle operazioni terrestri, comprese aree finora colpite quasi esclusivamente dall’aria, come Deir al Balah e la tendopoli di al-Mawasi. Zone densamente popolate, già segnate da distruzioni precedenti.

Hamas come pretesto permanente

La distruzione di Hamas viene presentata come condizione imprescindibile. Ma l’eliminazione totale del movimento appare, anche a molti osservatori militari, un obiettivo difficilmente raggiungibile con mezzi esclusivamente bellici. Eppure resta al centro della retorica ufficiale.

Il gruppo palestinese ha dichiarato in passato disponibilità a congelare le armi per un lungo periodo, ma non a consegnarle. Israele chiede il disarmo totale. Lo stallo diventa così la giustificazione per la prosecuzione della guerra.

Nel frattempo, le violazioni della tregua si accumulano. Le organizzazioni locali parlano di centinaia di palestinesi uccisi dopo l’annuncio del cessate il fuoco, di aiuti umanitari che entrano con il contagocce – ben al di sotto delle quantità previste – e di un valico di Rafah trasformato in filtro rigidissimo, con evacuazioni mediche limitate e rallentate.

La Striscia resta in gran parte sotto controllo militare diretto israeliano. Oltre metà del territorio sarebbe ancora soggetto a presenza e operazioni permanenti dell’esercito. La guerra, dunque, non è mai uscita dalla scena.

Le bombe che cancellano le tracce

A colpire non sono solo i numeri delle vittime, ma le modalità della distruzione. Secondo la protezione civile palestinese e inchieste giornalistiche internazionali, tra le armi impiegate figurerebbero anche ordigni termobarici – le cosiddette “bombe a vuoto” – capaci di generare una nube incendiaria che raggiunge temperature altissime.

Il loro effetto è devastante: un’onda di pressione che penetra negli spazi chiusi, consuma l’ossigeno, incenerisce tessuti molli, danneggia organi interni. Le strutture possono restare parzialmente in piedi, mentre i corpi vengono letteralmente disintegrati. I soccorritori parlano di “evaporati”: persone di cui restano solo frammenti biologici, tracce di sangue, residui minimi.

Le stime ufficiali parlano di decine di migliaia di morti in due anni e oltre. Ma gli stessi operatori sul campo avvertono che il bilancio è probabilmente sottostimato. Sotto le macerie potrebbero esserci migliaia di corpi mai recuperati. E tra le vittime conteggiate figurerebbero almeno alcune migliaia di persone scomparse senza resti identificabili.

Tra gli ordigni citati nelle inchieste compaiono bombe di produzione statunitense come le Mk-84, le BLU-109 e le GBU-39. Washington è il principale fornitore di armamenti a Israele. L’appoggio militare resta saldo, nonostante le crescenti critiche internazionali.

La Corte internazionale di giustizia ha parlato di “plausibile genocidio”. Non è una sentenza definitiva, ma una qualificazione giuridica sufficiente a imporre cautela e prevenzione. La risposta, sul terreno, è stata l’intensificazione delle operazioni.

Il punto politico è chiaro: la guerra è diventata sistema. Sistema di governo interno, di gestione delle alleanze regionali, di ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente. In questo schema, la popolazione civile di Gaza è ostaggio di una logica strategica che la considera variabile sacrificabile.

La distruzione di infrastrutture, reti sociali, abitazioni, scuole, ospedali produce un effetto che va oltre il conflitto immediato. Disarticola la possibilità stessa di una vita collettiva autonoma. E quando una società viene privata dei mezzi minimi di sopravvivenza, il confine tra operazione militare e pulizia etnica diventa oggetto di dibattito non solo politico ma giuridico.

Intanto si prepara la primavera. E con essa, forse, una nuova fase di guerra “più intensa e devastante”, come ammettono fonti militari israeliane. A Gaza, la differenza tra il dire e il fare è già stata colmata dalle macerie.

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