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I documenti legati a Epstein rivelano come Ehud Barak concepisse la demografia come strumento di sicurezza: un milione di immigrati russi per “diluire” i palestinesi. Tra selezione, reti informali e potere opaco, emerge una visione inquietante dello Stato.
Quando la popolazione diventa un’arma: il potere dietro i file Epstein
I documenti emersi dagli Epstein Files non aggiungono soltanto nuovi tasselli a una vicenda giudiziaria già torbida: illuminano una concezione del potere che tratta la demografia come leva strategica, quasi fosse un’appendice della sicurezza nazionale. Le conversazioni attribuite a Ehud Barak mostrano un linguaggio sorprendentemente esplicito. L’idea di fondo è semplice e brutale: modificare la composizione della popolazione per riequilibrare il conflitto. Non con negoziati o diritti, ma con numeri.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Barak avrebbe insistito con Vladimir Putin affinché Mosca favorisse una nuova ondata migratoria verso Israele, evocando il precedente degli anni Novanta, quando l’arrivo massiccio di cittadini dall’ex Unione Sovietica contribuì a ridisegnare il quadro elettorale e sociale del Paese. L’obiettivo dichiarato non era l’integrazione, ma la “diluizione” della presenza palestinese. Un termine che, in politica, raramente è neutro.
Il passaggio più disturbante, riportato da diverse testate internazionali, è quello in cui Barak allude alla possibilità di selezionare gli immigrati, parlando persino di “qualità”. Un vocabolario che richiama pratiche di ingegneria sociale più che politiche pubbliche, e che assume contorni ancora più inquietanti se collocato nel contesto delle frequentazioni dell’ex premier con Jeffrey Epstein.
Intimità, influenza e negazioni
Per anni Barak ha minimizzato il proprio rapporto con Epstein, descrivendolo come una conoscenza marginale legata a investimenti tecnologici. I documenti desecretati raccontano altro. Email, testimonianze e registri di visite delineano un rapporto costante e confidenziale, con decine di ingressi di Barak nella residenza newyorkese di Epstein tra il 2013 e il 2017, ben dopo la condanna del finanziere per reati sessuali.
In quelle conversazioni, Epstein non appare come un semplice ascoltatore. Suggerisce linee di politica estera, discute di Iran e Siria, ragiona in termini di pressioni militari e deterrenza. È un dettaglio che conta: mostra come un personaggio formalmente esterno alle istituzioni potesse fungere da cassa di risonanza – o peggio da intermediario – per strategie che toccano il cuore della sicurezza regionale.
La questione non è stabilire colpe penali, ma osservare il quadro politico che emerge. Un ex capo di governo che discute apertamente di ridisegno demografico con un finanziere poi condannato per crimini gravissimi non può essere archiviato come semplice imprudenza. È il sintomo di un sistema in cui le decisioni strutturali passano attraverso reti informali, opache, spesso immuni da controllo democratico.
Selezionare, assorbire, controllare
Nelle registrazioni citate dai media, Barak sostiene che molti immigrati russi potrebbero stabilirsi in Israele senza conversione religiosa, confidando nel fatto che “la seconda generazione si adatterà”. È un approccio che riduce l’identità a variabile statistica e il tempo a strumento di normalizzazione forzata. La società come laboratorio.
Questo discorso si innesta in una storia più lunga e meno raccontata. La costruzione dello Stato israeliano è passata anche attraverso gerarchie interne al mondo ebraico, con l’élite ashkenazita spesso incline a considerare mizrahì e sefarditi come culturalmente “arretrati”. Le parole attribuite a Barak sembrano riprodurre quella matrice, aggiornata al XXI secolo e rivestita di linguaggio strategico.
L’ingegneria demografica viene così presentata come complemento della sicurezza: meno palestinesi, più cittadini “assorbibili”, maggiore stabilità. È una logica che ignora deliberatamente le conseguenze politiche ed etiche di lungo periodo. Perché la demografia non è solo un dato: è una trama di relazioni, diritti, conflitti che non si lasciano neutralizzare con un semplice afflusso di popolazione.
In questo senso, i Epstein Files funzionano da lente d’ingrandimento. Non rivelano un piano segreto, ma rendono visibile una mentalità: quella che concepisce lo Stato come un corpo da modellare, e le persone come elementi intercambiabili. Il fatto che simili idee emergano in conversazioni private, tra attori potenti e non eletti, è forse l’aspetto più politico dell’intera vicenda.

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