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A Taybeh coloni mascherati picchiano il sindaco francese Baudoux e assalgono i diplomatici di Francia, Belgio e Polonia. L’esercito non c’era perché nessuno l’aveva coordinato, dice Israele. Le olive palestinesi, intanto, costano 170 attacchi in tre settimane.
Picchiati i diplomatici europei, ma i soldati aspettavano l’invito
Bernard Baudoux, 78 anni, sindaco di Aulnoye-Aymeries, ripreso seduto a terra con la fascia tricolore ancora addosso e la schiena contro una portiera, è l’immagine con cui l’Europa ha scoperto sabato 17 ottobre che cosa significhi raccogliere olive in Cisgiordania.
A Taybeh, villaggio palestinese a maggioranza cristiana a est di Ramallah, sette coloni mascherati secondo la radio dell’esercito, una decina secondo l’ANSA, sono arrivati su quad, hanno circondato i veicoli di una delegazione venuta ad assistere alla raccolta, hanno chiesto i documenti e poi hanno colpito le auto con pietre e bastoni. Nel convoglio c’erano il console generale del Belgio, diplomatici francesi e polacchi, rappresentanti cattolici e Baudoux, preso a calci e colpito con sbarre di ferro, ma senza bisogno di ricovero; il finestrino di un’auto del consolato belga è andato in frantumi.
Amit Orfali, attivista israeliano che accompagnava il gruppo, ha raccontato di aver avvisato l’esercito in tempo reale senza che nessuno si presentasse. Il ministro degli Esteri Saar ha condannato i facinorosi, aggiungendo però che i consolati non avevano coordinato la visita, e l’esercito ha spiegato che nessun soldato era presente proprio per questo. L’ufficio di Netanyahu ha messo in dubbio gli attacchi chiedendo prove convincenti.
Il giorno prima, ad Abu Falah, circa ottanta coloni, alcuni con bombole di gas, erano scesi da una collina sugli uliveti, e la fotoreporter del Washington Post Heidi Levine, con il giubbotto Press ben visibile, è finita in ospedale con più fratture. L’ambasciatore americano Huckabee ha parlato di terrorismo. Dal 27 settembre Yesh Din conta almeno 170 attacchi. Lunedì la polizia ha arrestato dieci persone per i due episodi, dopo due giorni senza fermi e le sollecitazioni di Washington e Parigi.
Chi guarda ha bisogno del permesso
Il fatto notiziabile non è che dei coloni abbiano picchiato qualcuno, cosa che accade più volte al giorno, ma che stavolta la vittima avesse una targa diplomatica. A Taybeh l’Europa ha ricevuto, in versione ridotta, il trattamento che i contadini di Abu Falah ricevono di serie, e l’indignazione è risultata proporzionale alla fascia tricolore.
La risposta israeliana è un capolavoro di logica circolare: i diplomatici non avevano coordinato la visita, dunque l’esercito non c’era, dunque nessuno li ha protetti, dunque la colpa è loro. Si stabilisce così che per testimoniare serva un permesso e che l’incolumità sia un servizio da prenotare. Ma ai palestinesi, che i permessi non li chiedono perché nessuno glieli darebbe, la protezione non è garantita nemmeno su prenotazione. Gli investigatori, riferisce una cronaca, sono arrivati a Taybeh scortati dagli stessi soldati che al mattino mancavano.
L’impunità ha i suoi numeri: Yesh Din segnala che la grande maggioranza delle indagini sulle violenze dei coloni non sfocia in un’incriminazione, e l’Onu ha documentato oltre 1.600 attacchi tra gennaio e agosto. I dieci arresti, arrivati solo dopo la pressione di Washington e Parigi, dimostrano che il sistema sa muoversi quando serve: non è incapacità, è gerarchia delle priorità.
Il tutto a meno di due settimane dal voto israeliano, con un premier che, secondo la ricostruzione di Notizie Geopolitiche, ha corteggiato apertamente l’elettorato dei coloni. Il Belgio chiede nuove sanzioni europee, Francia e Polonia condannano, e resta da vedere se la distanza tra condannare e agire verrà colmata prima delle prossime olive. Le maschere sono l’unica prudenza di imprese che per il resto non ne richiedono: chi le indossa sa che nessuno chiederà di toglierle.

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