Bolsonaro, il golpe mancato e la cavigliera allucinata

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Bolsonaro tenta di giustificare la manomissione della cavigliera elettronica con presunte allucinazioni da farmaci. Accusato di aver pianificato un golpe, rischia il carcere mentre la giustizia brasiliana valuta fuga, scuse grottesche e un passato che torna a presentare il conto.

Il golpe mancato e le scuse riciclate

Nel grande teatro della politica brasiliana, Jair Bolsonaro continua a interpretare se stesso: l’eroe inflessibile che diventa vittima quando il copione si incrina. A settant’anni, l’ex presidente si presenta ancora come l’incompreso perseguitato dai poteri forti, anche quando la cronaca restituisce un quadro piuttosto diverso: un uomo condannato a 27 anni e 3 mesi di carcere per aver tentato di stravolgere l’ordine costituzionale pur di non accettare il responso delle urne.

A suo carico, un piano tanto inquietante quanto maldestro, che prevedeva — secondo gli atti giudiziari — perfino l’arresto o l’eliminazione fisica del presidente eletto, Luiz Inácio Lula da Silva, del suo vicepresidente e di un giudice della Corte Suprema. Altro che dissenso politico: materiali da manuale per chi sogna un colpo di Stato in pieno XXI secolo.

Che l’uomo non fosse incline alla moderazione era noto. Ma la giustificazione con cui ha tentato di evitare il trasferimento dal comfort degli arresti domiciliari al carcere vero e proprio ha superato ogni aspettativa: le allucinazioni da farmaci. Un disturbo improvviso, sostiene, che l’avrebbe convinto che nella cavigliera elettronica fosse nascosta una microspia. Da qui, l’idea — più cinematografica che brillante — di provare a liberarsene utilizzando una saldatrice casalinga. Un gesto che avrebbe fatto sorridere, se non fosse il sintomo di qualcosa di più serio: la cocciuta negazione della realtà da parte di chi ha governato il più grande Paese del Sud America.

La cavigliera fantasma e la giustizia paziente

L’episodio è avvenuto sabato, quando Bolsonaro è stato fermato nella sua abitazione di Brasilia e portato in una stazione di polizia: secondo i giudici, era a rischio di fuga. In effetti, la tempistica non aiutava. Pochi giorni dopo era prevista una manifestazione organizzata dal figlio Flavio, occasione perfetta — secondo le autorità — per dileguarsi e bussare alle porte di un’ambasciata straniera.

L’ipotesi non era affatto remota: un suo alleato, il deputato Alexandre Ramagem, condannato nello stesso processo, è effettivamente riuscito a lasciare il Brasile e secondo diverse inchieste ora si troverebbe a Miami.

Bolsonaro, invece, rimane in Brasile ma tenta la strada della spiegazione psichiatrico-farmacologica, una sorta di difesa creativa che sconfina nel grottesco. Durante l’udienza alla Corte Suprema, i suoi medici hanno confermato che l’ex presidente assume un tranquillante impiegato nei disturbi d’ansia, insieme a farmaci per il controllo delle crisi convulsive. Le interazioni, hanno spiegato, possono generare alterazioni cognitive e perfino allucinazioni.

Così la giustizia brasiliana si è trovata nella posizione di dover valutare non solo fatti e intenzioni, ma anche la farmacologia dell’imputato. Un compito degno di un romanzo di realismo magico.

Nel frattempo, la situazione giudiziaria dell’ex presidente resta complessa. Bolsonaro era ai domiciliari in virtù della legge brasiliana, che impone di attendere la conclusione definitiva dell’iter processuale prima dell’ingresso in carcere. L’appello alla Corte Suprema è ancora pendente e la decisione è attesa a giorni. Tuttavia, la manomissione della cavigliera ha reso inevitabile la misura cautelare più severa: la carcerazione preventiva, disposta dal giudice Alexandre de Moraes. Stavolta la scusa delle “visioni elettroniche” non è bastata a evitargli il trasferimento.

Il fantasma della fuga e il peso della realtà

Dietro la farsa della saldatrice si nasconde una questione più ampia: la difficoltà di Bolsonaro a confrontarsi con il declino del proprio potere. I giudici non credono al rischio di fuga per capriccio; temono piuttosto l’instancabile rete di sostenitori e alleati che, negli ultimi anni, ha mostrato di essere disposta a tutto pur di sottrarre il leader alla giustizia.

Non è un caso che l’ambasciata statunitense — a poche centinaia di metri dalla sua abitazione — sia stata indicata come probabile meta di un eventuale tentativo di ottenere asilo politico. Una scena che avrebbe ricordato certe pagine della Guerra Fredda, se non fosse che la vicenda intera sembra più vicina a una tragicommedia.

Il dato politico più significativo è però un altro: il Brasile sta finalmente facendo i conti con il lascito istituzionale del bolsonarismo. Il Paese, spesso descritto come incline alla teatralità, sta ora mostrando una sorprendente solidità giuridica. E per l’ex presidente non resta che affidarsi a scuse sempre più improbabili, nella speranza che la realtà, prima o poi, smetta di bussare alla porta.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

Sira Beker
Sira Beker
Leggetemi sulla fiducia.

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli